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Processo agli uomini della sua scorta, un sms “fantasma” rischia di inguaiare l’ex tesoriere della Lega Francesco Belsito foto

Genova. L’ex tesoriere della Lega Francesco Belsito, attualmente agli arresti domiciliari su ordine della Procura di Milano, è arrivato questa mattina a Palazzo di Giustizia come testimone della difesa nel processo contro due poliziotti della sua scorta, accusati di falso ideologico e tentata truffa per essersi segnati uno straordinario mai effettuato. Ma i suoi tentennamenti e la totale incongruenza con quanto dichiarato da un altro teste, il capo di Gabinetto della Questura genovese, rischiano ora di farlo incriminare per falsa testimonianza dal giudice Lucia Vignale.

Il magistrato glielo ha ripetuto più volte in tono minaccioso: “Si ricordi che è sotto giuramento e deve dire la verità”. Alla fine Belsito parrebbe essersi salvato in corner, ma solo con la sentenza si saprà se il giudice chiederà o meno la trasmissione degli atti alla Procura.

I fatti risalgono al 25 dicembre 2011, quando Belsito era sottosegretario agli Interni e tesoriere della Lega e aveva un servizio di “tutela”, una scorta, insomma, formata da due uomini (un ispettore e un autista) su un doppio turno, quattro persone in tutto. Secondo l’accusa, due dei poliziotti il giorno di Natale avrebbero segnato la fine del servizio alle 18, non essendo in realtà stati utilizzati dall’ex sottosegrario. Dal processo e dalle varie testimonianze è emerso che la Questura, in base alle esigenze di Belsito, aveva programmato comunque un servizio di scorta fino alle 14. E Belsito in aula ha spiegato che il giorno 24 avrebbe detto agli uomini della scorta che se il giorno successivo non li avesse avvertiti entro un’ora definita (le 16? le 17? le 18? il teste non ricordava bene), potevano da quel momento ritenersi liberi.

Qualche problema e qualche malumore all’interno del servizio scorte dev’essere nato tra la scorta di Belsito, visto che sul tavolo del pm Massimo Terrile è arrivata una denuncia per falso, cioè per un servizio mai eseguito.

Ma il punto che ha rischiato di inguaiare seriamente l’ex tesoriere della Lega è un altro. In aula questa mattina ha deposto il capo di Gabinetto Sebastiano Salvo, che ha detto al giudice di aver incontrato Belsito in un bar nei pressi della Questura il 28 dicembre e, a sua domanda specifica se avesse liberato la sua scorta alle 15, ha riferito che Belsito, dopo aver guardato il suo cellulare, gli ha detto che aveva inviato un sms liberando effettivamente la scorta alle tre di pomeriggio.

Sullo stesso punto, opposta è stata la risposta di Belsito: “Io non avevo inviato alcun sms, infatti non l’ho mai trovato, ed escludo di aver detto al dottor Salvo di aver mandato un sms alla scorta alle 15”. Belsito ha poi più volte ribadito che era d’accordo che se non li avesse chiamati dalle 17 o dalle 18 sarebbero stati liberi.

L’incompatibilità tra le due testimonianze ha spinto il giudice Vignale a richiamare il capo di Gabinetto, ma le posizioni dei due testi sono rimaste opposte. Alla fine Belsito ha aggiunto che “non posso escludere di aver detto al dottor Salvo che li ho avvertiti telefonicamente”, nonostante abbia detto più volte che proprio non li aveva chiamati, come da accordi. Dichiarazione che molto probabilmente non ha convinto del tutto il giudice, che ha disposto l’acquisizione dei tabulati di tutti e quattro i cellulari di Belsito. L’udienza è stata poi rinviata a giovedì dove saranno ascoltati gli imputati, in attesa di conoscere la “verità” grazie ai dati contenuti nei cellulari.

Per onor di cronaca, il presunto falso avrebbe “arricchito” i due uomini della scorta di circa 60 euro lordi a testa.