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Politica

Festa nazionale, Renzi fa il pienone a Genova: “Voglio un Pd che scelga la curiosità invece della paura”

Genova. “Al congresso io non voglio il voto di una corrente, ma il voto di uomini e donne liberi che hanno a cuore l’Italia e il Pd”. L’inizio, e la fine, è uno scambio di battute al fair play nella sala Pertini strapiena per l’occasione. E l’occasione è Matteo Renzi alla festa democratica nazionale, intervistato da Enrico Mentana. Il direttore del Tg La7 tenta il gol al primo minuto: “La partecipazione è francamente impressionante. Questo sarebbe un bel momento per dire se si candida a segretario del Pd”.

“Credo che tutti voi non abbiate lo stesso interesse per la notizia – ha provato a svicolare il sindaco di Firenze – il punto è se vogliamo che alla prossima Festa, il Pd smetta di essere quello che è stato alle ultime elezioni”. Cioè primo partito tra i pensionati e i dipendenti pubblici, ma terzo partito votato dai disoccupati, dalle partite Iva, e secondo tra gli studenti. “Non è importante cosa faccio io da grande, ma che si torni a vincere, non sbagliando più il calcio di rigore a porta vuota”. Matteo Renzi, quindi, farà “tutto quello che può servire”. Disponibile a guidare il Pd da segretario? “Bisogna vedere se lo sono anche gli elettori, non sono io che decido. E lo dico a Genova, nella patria di Beppe Grillo, lui padre dello streaming che porta i suoi in un bunker per decidere”, stoccata al leader 5 Stelle che lo ha attaccato negli ultimi giorni.

E a proposito di primarie, in sala Pertini entra in scena il congresso, convitato di pietra. “Prima della fine della Festa sarebbe bello che il segretario ci dicesse una data”, ha detto Renzi in direzione Epifani. Se fosse convocato entro dicembre il “pensierino” di Matteo Renzi sulla leadership potrebbe farsi concretezza. “Che io ci stia facendo un pensierino non è un segreto, ma il problema è che tipo di regole, e soprattutto di idee, abbiamo. Possibilmente innovative e che diano speranza per il futuro”. Una su tutta il lavoro. “A Genova ne sapete qualcosa – ha detto Renzi – bene, vorrei che al congresso si tornasse a parlare di questi temi” perché “se il Pd parla dell’Italia vince, se parla del Pd perde”.

Applausi e sala strapiena. Il clima intorno al rottamatore è cambiato: da corpo estraneo a uomo per il rilancio. La svolta, a detta sua, è nelle doppia sconfitta: alle primarie, e alle elezioni. “Avessimo pensato un po’ meno a smacchiare il giaguaro e un po’ più a fare proposte, ora al governo ci saremo noi, senza Alfano Brunetta e Schifani ai vertici di maggioranza”. Analisi di una sconfitta: le elezioni si vincono con coraggio. “Abbiamo perso perché ci siamo fermati. Tre milioni di voti noi, Berlusconi 6. Ma una parte dei 9 milioni che ha votato Grillo si era rotta di noi, della nostra incoerenza”. Dal finanziamento ai partiti, alla legge elettorale che “auspichiamo si faccia con vibra e vibrante soddisfazione”.

Il Pd secondo Matteo Renzi “nostro, non mio”, deve essere un partito “che sceglie la curiosità invece della paura”. Che faccia scelte concrete. In tempo di tweet, un partito “rete, non piramide”. Leggero, in contrasto con il partito pesante della burocrazia anni ’70, senza dimenticare “la formazione politica: studiare, studiare”. Senza linea dettata da Roma ai territori, “ma con molti più amministratori piuttosto che funzionari in carriera”. Primo centro decisionale, gruppi parlamentari forti. Secondo: il popolo dei sindaci perché “il giochino dell’Imu l’ha tolta Alfano, la service tax la mette il sindaco, non funziona”.

Sfilano i temi della concretezza: dalla cassa integrazione, al lavoro che non c’è, dalle pensioni agli insegnanti. Dal fisco, alla burocrazia, al turn over dei giovani. “Quando la politica sta in mezzo alla gente è una cosa seria, se è chiusa nel palazzo diventa burocrazia – l’invettiva di Renzi che rimette la giacca da sindaco e lancia la frecciata a Letta – Questo paese ha bisogno di una rivoluzione radicale, non di un cacciavite, voglio un’Italia a guida dell’Europa e non fanalino di coda”.

Buono poco, ingenuo, forse, di più. La risposta di Renzi a Bersani sulla nuova diatriba correnti arriva puntuale: “Se ci fosse stata quella renziana, avrebbe chiesto spazio. Le correnti, invece, non servono a niente. A chi dice renziano gli prescriverei un trattamento sanitario obbligatorio – ha scherzato per poi tornare serio – Io voglio un paese diverso, non ho bisogno di correnti ma di idee, ed è per questo che ho preso voti. La pagina più bella dobbiamo ancora scriverla, ne sono convinto”.

Ma per scrivere la “pagina di speranza” serve un congresso. “Noi abbiamo questa idea per l’Italia, mettiamo fine alle chiacchiere e costruiamo un orizzonte per i prossimi anni”. Senza possibilmente incentrarsi di nuovo su Berlusconi. “Io non ho cambiato posizione, è lui che è stato condannato. E se tu contesti una condanna definitiva, contesti le istituzioni”. Fermo restando poi che “non si deve giudicare chi non c’ha votato”, in chiave di “voto umile e non solo utile”, il Pd deve parlare di altro, “dopo 20 anni rivendico il diritto a non parlare tutti i giorni di lui”.

Renzi, dì una cosa di sinistra. “Vi dico cosa vuol dire essere di sinistra per me: aver fatto un investimento su cultura e storia, aver dato a ogni donna un posto per il bambino all’asilo, aver detto basta al consumo di suolo ed essere prima città wi-fi in Italia”. Essere di sinistra domani, secondo Renzi: “dare garanzia a chi non ce l’ha, non vivere di conservatorismo. Non compiacersi, ma vincere. Della sinistra che perde non so che farmene, io voglio una sinistra che governi l’Italia”.