Quantcast
Cronaca

Incidente Molo Giano, la perizia della Procura: la Jolly Nero andava troppo veloce

jolly nero

Genova. La Jolly Nero andava troppo veloce, considerate le condizioni meteorologiche positive che non rendevano affatto necessario un aumento della velocità. Una ventina di pagine con una trentina di allegati. E’ la relazione dei periti incaricati dalla Procura di Genova nell’ambito dell’inchiesta sull’incidente della Jolly Nero, la portacontainer della Messina che il 7 maggio ha urtato la torre dei piloti del porto di Genova, uccidendo nove persone. Un lavoro complesso, a cui hanno contribuito, oltre ai due consulenti, anche una decina di ausiliari autorizzati dalla Procura, in parte dell’Istituto idrografico della Marina e in parte di altri enti.

La sintesi della consulenza, soprattutto in riferimento all’esito delle prove, ha trovato una conferma: “la condotta della navigazione nelle acque di un porto dovrebbe essere caratterizzata dalla necessaria cautela”, così che “in caso si manifestino deficienze tecniche, si possa ovviare senza compromettere la sicurezza della navigazione stessa”. Inoltre “in condizioni meteorologiche particolarmente favorevoli come quelle del 7 maggio, operare a velocità più sostenuta del necessario produce una maggiore, ma non necessaria, condizione di rischio”.

Secondo la perizia della Procura, cioè, una velocità di manovra di appena un nodo avrebbe consentito tempi e spazi di reazione più ampi, senza peraltro provocare ritardi significativi. “Con il motore in funzione di freno e con la prima marcia, a velocità di due nodi la nave si sarebbe fermata in 50 metri. A tre nodi nelle stesse condizioni, con la marcia più bassa, in 100 metri”, ha spiegato il procuratore Michele Di Lecce.

E anche: “Se la manovra fosse stata fatta a velocità minore, la perdita di tempo sarebbe stata poco rilevante”. Questo è quanto emerso sulle prove a mare effettuate dai tecnici su incarico della Procura.

Dalla descrizione delle caratteristiche e del funzionamento della nave, emerge poi un’altra constatazione: sulla documentazione di bordo risultano “sicuramente una serie di irregolarità di compilazione”.

“Sui cattivi funzionamenti degli apparati – ha spiegato oggi il procuratore Michele Di Lecce – i consulenti dicono che oltre al non funzionamento del contagiri e al cattivo funzionamento del contagiri digitale in sala macchine, c’è stato anche il cattivo funzionamento del sistema complementare non principale dell’aria compressa, che serviva per riavviare il motore”. Fermo restando che le ragioni per cui poi non è partito il motore “non sono ricostruibili a posteriori, tutte le concause sono possibili”. Il dato certo è che in quel momento non è partito e che tutte queste condizioni di cattivo funzionamento hanno inciso sul verificarsi dell’incidente. In che misura non toccava ai consulenti rilevarlo.