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Politica

Morte del “Divo Giulio”, Burlando: “Su Andreotti si discuterà molto, ma sapeva essere protagonista del suo tempo”

burlando

Regione. Aveva 37 anni Claudio Burlando quel giorno a Palazzo Chigi, di fronte al presidente del consiglio Giulio Andreotti. Si doveva parlare delle celebrazioni colombiane: era il 1992. Gli amministratori liguri pensavano che la riunione fosse sul punto di saltare, considerato il clima teso e drammatico del momento. Il premier infatti era di ritorno da Palermo, dove aveva partecipato ai funerali di Salvo Lima, l’eurodeputato della Dc di corrente appunto andreottiana, ucciso dalla mafia. Si era nel pieno della fibrillazione polemica tra i partiti e tra le componenti stesse della Democrazia Cristiana.

“Eppure – racconta Burlando – Andreotti si presentò all’incontro per le Colombiadi, con la stessa faccia di sempre, imperturbabile. Tornò dai funerali di Palermo come se niente fosse. Di ritratti così con il senno di poi se ne possono fare tanti. Ma sicuramente si può dire che è mancato l’uomo che ha maggiormente segnato la storia politica italiana dell’ultima parte di secolo. E’ stato sino alla fine un protagonista”.

A 27 anni nell’Assemblea costituente, a 28 nel governo, quindi l’ininterrotta era del “divo Giulio”: sette volte presidente del consiglio, otto volte ministro della Difesa, cinque degli Esteri, soltanto per citare alcuni momenti del cursus honorum; statista, storico e scrittore, ha accompagnato con le sue stagioni la storia dell’Italia repubblicana.

“La vita di Andreotti ha segnato il nostro Paese dal dopoguerra ad oggi – prosegue Burlando – Si è fatto interprete della politica di De Gasperi, ha rappresentato l’Italia di un’incredibile crescita economica e civile. E’ riuscito a realizzare l’unica esperienza con il Pci incluso nell’area di governo tra il 1976 e il 1979. In sostanza ha attraversato l’esperienza di un Paese che si è reso vitale, prima di affrontare un drammatico declino”.

Il nodo gordiano, per il presidente della Regione Liguria, arriva con gli anni Ottanta. “Da quel momento – osserva – l’Italia non è più stata capace di rialzare la testa; sono gli anni in cui il consenso ottenuto con la spesa pubblica surclassa la capacità prospettica. Da lì a Tangentopoli il passo è breve. Ma con l’inizio della Seconda Repubblica anche le speranze di cambiamento si affievoliscono presto. Questo è un Paese che si è buttato via negli ultimi trent’anni”.

Con il noto Caf, il sodalizio tra Craxi, Andreotti e Forlani alla fine degli anni Ottanta, secondo Burlando il declino politico prende una piega irreversibile sino alla crisi pervasiva di oggi. “Non c’è più stato un momento di rilancio e, adesso, si guarda solo al passato senza la capacità di programmare un futuro”.

“Se Andreotti ci ha lasciato un insegnamento – aggiunge il governatore regionale – è quello che riflette l’impostazione di una classe dirigente che sapeva essere al centro della vita economica internazionale. Su Giulio Andreotti si discuterà molto, come è ovvio per le controversie sul suo lungo operato, ma sapeva essere protagonista del suo tempo”.

Propugnatore dell’atlantismo e delle strategie filo-americane, Andreotti è stato nel contempo il politico occidentale più legato all’Urss, alla Cina comunista e ai Paesi arabi. “Quella classe di dirigenti con la Dc e gli altri partiti era in grado di giocare un ruolo nello scacchiere mondiale. Dal Pentapartito in avanti c’è stata solo una fase calante, con pochi bagliori di luce. Oggi siamo fuori dalla scena internazionale – conclude Burlando – quando, invece, dovremmo scrivere pagine nuove”.

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