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Alla scoperta dell’antica Sebastia: il lavoro degli archeologi liguri in Palestina

sebastia palestina

Genova. Il suo nome significa “Augusto”, così chiamata da Erode Il Grande per omaggiare quell’imperatore che gliela aveva donata.

I resti dell’antica Sebastia, in Palestina, raccontano una storia millenaria che parla anche genovese.

Dalla Liguria proviene infatti la missione archeologica finanziata dal Ministero degli Affari Esteri, con il consolato generale d’Italia e il patrocinio della Regione che ha preso il via nel 2012 e si concluderà tra un anno.

L’obiettivo della spedizione è quello di recuperare la memoria storica e archeologica della Sebastia bizantina, islamica e crociata e del successivo centro di pellegrinaggio, grazie alla presenza della tomba di S. Giovanni Battista.

Un’operazione ambiziosa che vuole disseppellire le antiche tracce delle occupazioni che si sono succedute nel villaggio palestinese, ma anche da quello culturale e politico, in quanto, al momento, quello è l’unico progetto italiano di collaborazione scientifica con i territori dell’Autonomia Palestinese.

Direttore del progetto Sebastia, Fabrizio Benente dell’Università di Genova, coadiuvato dagli esperti informatici e di soluzioni multimediali, Roberto Frasca e Giovanni Verreschi.

Oltre infatti alla ricerca archeologica sono previste elaborazioni di tecniche di ricostruzione multimediale del sito e del complesso episcopale di età crociata che porterà ad una visita virtuale della città, tramite una app dedicata.

Lo strumento verrà sviluppato in collaborazione con un team di esperti palestinesi e sarà fondamentale per lo sviluppo di un turismo non solo religioso, ma anche culturale. Fase finale, ma non meno importante del progetto, il trasferimento delle conoscenze tecnologiche a giovani studenti universitari palestinesi nel quadro della formazione professionale.

“E’ molto forte l’interesse della Regione Liguria nei confronti di questo progetto – spiega l’assessore Berlangieri – perché consente di portare avanti una filosofia nuova in materia di beni culturali, per un approccio non solo dal punto di vista del recupero, ma anche della divulgazione, con ricadute nell’innovazione tecnologica, ed economiche. In questo modo inoltre eminenti professionalità presenti nella nostra Università possono non fuggire altrove”.