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Montaldo, la magia di Genova in un Grifo d’oro: “Portare cultura è il nostro destino”

Genova. Una sera d’estate a metà del secolo scorso: un giovane Giuliano Montaldo, con altri cinque attori, dirigeva un’orchestra senza strumenti sulle colombine che bloccavano il traffico per De Ferrari. Al passaggio di alcuni “ragazzacci” rumorosi la gente insorse: “Zitti, zitti c’è la musica”.

“Capite? Sentivano la musica. E’ questo che amo di Genova”. Eccolo, uno dei “ricordi bellissimi” del regista Giuliano Montaldo, genovese di nascita, uno dei protagonisti del cinema italiano dell’ultimo mezzo secolo, oggi premiato dal sindaco Doria con il massimo riconoscimento di Palazzo Tursi, il Grifo d’Oro.

Un riconoscimento “importante e atteso, ringrazio il Comune e la gente di Genova a cui io sono profondamente legato”, ha detto Montaldo prima della cerimonia nel Salone di Rappresentanza.

La scoperta del mondo del cinema, per Montaldo, nasce proprio sotto la Lanterna, quando poco meno che ventenne recitò in Achtung! Banditi!, film prodotto dalla coperativa di spettatori-produttori genovesi. “La mia visione di Genova, che lasciai nel 1950, è sempre legata a quel momento magico della ricostruzione, della voglia di fare”. Sono i ricordi “bellissimi”, di una via XX Settembre in bianco e nero “multisala”, con sei cinema per lato. “Oggi ce ne è uno, credo, ed è un dolore”, ha sospirato Montaldo.

Poi l’idea che uno attraversa tutta la città e non sente cantare. “A Genova, non è come Napoli, non canta nessuno, ma qui è nata la più grande fucina di cantautori che si conosca, è una cosa magica”. E quindi il teatro, la cui esistenza oggi è fortemente a rischio per la cronica mancanza di fondi.

“La cultura a Genova ha avuto da sempre un percorso molto bello: tanti teatri sono pietre importanti – ha raccontato il regista – Ero un ragazzino e proprio qua, in via Garibaldi, nel 1948, nel circolo Lumen, ho fatto l’Amleto in abiti moderni. C’erano esperimenti e ricerca, ma se ne è sempre parlato poco”.

Sono le due anime, come le chiama Montaldo, di Genova: una lavorativa, “forte”, e l’altra culturale, che sembra “sottotono invece è forte anche essa. Teniamola sempre alta”. “So che i teatri sono in crisi, cerchiamo di aiutarli – ha ribadito – la cooperativa dei produttori-spettatori è un esempio di come si può, anche in momenti difficili, ritornare a essere insieme per aiutare la cultura che non è una parolaccia, è il destino del nostro paese”.

E nella sua Genova, Montaldo viene ancora molto volentieri, “c’è mia sorella, alcuni amici, purtroppo erano molto di più una volta”, anche se, quasi per troppo amore, un film su Genova non lo vuole fare per “paura di sbagliare”. “In realtà io ho girato un film per gli americani, e lì ho riscoperto la mia città, ma ero altrettanto preoccupato di scoprire che non la conoscevo, come posso fare un film e deludere? sarebbe molto grave”, ha rivelato.

A Tursi è arrivato anche Don Gallo, “avete il prete più fenomenale”, ha scherzato Montaldo mentre abbracciava il fondatore della Comunità di San Benedetto.

“Giuliano Montaldo–Quattro volte vent’anni”, è il documentario che Marco Spagnoli, non a caso, gli ha dedicato e che sarà propiettato al cinema Sivori alle 19. Quattro volte vent’anni e non dimostrarli. “In generale quando sono sul set sì, dicono gli altri”. Alla fine, il ricordo più bello: “Ecco che cosa facevamo d’estate: in piazza De Ferrari, c’erano sei colombine che bloccavano il traffico. Io mi ero inventato di andare lì a fare l’orchestra senza strumenti. E’ stato bellissimo quando una sera, passati dei ragazzacci che hanno fatto rumore, la gente ha detto ‘zitti, zitti, c’è la musica’, sentivano la musica, è questo che amo di Genova”.

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