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L’impresa presenta il conto, i dati della crisi in Liguria: strutture ricettive -19,4% in 5 anni

Genova. Nel 2012 in Italia hanno cessato la loro attività 64.125 imprese del commercio al dettaglio e altre 27.691 attive nell’alloggio e nella ristorazione. Ogni giorno ci sono state 253 cessazioni di attività e 34 fallimenti. Le stime per il 2013 parlano di chiusura per altre 450.000 imprese, delle quali 72mila nel commercio al dettagli.

Ma a crollare sono stati anche i redditi delle imprese: e se nei primi tre anni di crisi, dal 2007 al 2010, la riduzione è stata mediamente dell’14,5%, la previsione per il triennio 2010-13 conferma la rotta fortemente negativa: -12% nel commercio al dettaglio, -13,4% nell’abbigliamento, -5,8% nel settore alimentare, -5,3% per i pubblici esercizi e -13,5% per le strutture ricettive (queste ultime dal 2007, se saranno mantenute le previsioni per il 2013, segneranno un complessivo -36,3%).

Dall’altra parte, anche le banche hanno stretto notevolmente i cordoni della borsa: il credito concesso alle imprese del commercio, turismo e servizi, infatti, si è ridotto di 4 miliardi di euro dal 2010 al 2012. Mentre le sofferenze, per quegli stessi comparti, sono quasi raddoppiate con una crescita del 73%, pari a 9 miliardi di euro.

A questo, poi, vanno aggiunte le manovre fiscali che tra il 2011 e il 2012 hanno gravato di maggiori imposte famiglie ed imprese per 40 miliardi. Un poco invidiabile traguardo raggiunto “grazie” all’introduzione dell’Imu, agli adeguamenti delle addizionali Irpef e delle aliquote Iva, agli aumenti superiori al tasso di inflazione delle altre tariffe dei servizi pubblici locali e dalle varie leggi di stabilità emanate.

E se nel 2013, oltre all’introduzione della Tares, saranno confermati l’Imu e un ulteriore adeguamento delle addizionali regionali Irpef, le imprese dovranno pagare ulteriori 14 miliardi in tasse e imposte, pari ad un inasprimento della pressione fiscale di quasi 3mila euro ad azienda. Mentre altri 20 miliardi di imposte aggiuntive graveranno sulle famiglie, quasi 800 euro a nucleo.
Insomma, quest’anno famiglie ed imprese rischiano di dover pagare altri 34 miliardi in imposte e tariffe, con forti conseguenze negative in termini di ulteriore contrazione dei consumi e pesanti ripercussioni sul tessuto produttivo. Tanto da stimare che, nel solo 2013, chiuderanno altre 450.000 imprese, delle quali 72mila nel commercio al dettaglio, mentre il potere di acquisto delle famiglie calerà di un altro 1,9%.

Per quanto riguarda la Liguria crolla il numero di strutture ricettive, passate dalle 2.393 del 2007 alle 1.928 del 2012 per un calo del 19,4% a fronte del -10,6% di media nazionale.
Particolarmente marcata anche la flessione nel commercio al dettaglio non alimentare che, rispetto a uno -0,8% italiano, in Liguria registra un -7% secco con le imprese del settore scese da 18.542 a 17.244 in cinque anni, e una diminuzione del 4,9% nel numero di addetti totali tra il 2007 e il 2010, passati da 57.511 a 54.675.

Il profondo rosso si concentra soprattutto su abbigliamento e calzature, con il 20,5% in meno di imprese attive tra il 2007 e il 2012, che in valori assoluti significa il passaggio da 5.706 a 4.535.
Negativo anche il comparto alimentare, ma per lo meno in linea con la media nazionale: -14,7% in Liguria e -14,8% in Italia, più marcata però la perdita di addetti nella nostra regione: -4,9% contro lo 0,6% nell’intero paese.

Drammatico, poi, il dato sulle sofferenze delle imprese, cresciute del 72,6% su scala nazionale e del 65,5% in Liguria nei soli anni compresi tra il 2010 e il 2012.

“Compito di un’associazione di categoria non è solo quello di segnalare i problemi delle imprese che rappresenta, ma anche e soprattutto quello di proporre soluzioni che possano essere condivise dalle istituzioni e generare nuovo sviluppo” riflette Patrizia De Luise, presidente di Confesercenti Liguria.

“Per questo motivo, oggi, abbiamo voluto portare la testimonianza di migliaia e migliaia di commercianti in tutta Italia, e sottoposto ai candidati alle prossime elezioni politiche la nostra ricetta per uscire da questa crisi che appare interminabile”.

“Confesercenti ha elaborato un piano in tredici punti per evitare la catastrofe e commissionato uno studio approfondito su dove reperire le risorse necessarie, che individua in una sostanziale e selettiva riduzione della spesa pubblica il punto fondamentale. Senza crescita, senza l’alleggerimento della burocrazia e di un fisco sempre più insostenibili per famiglie e imprese, le conseguenze sulla tenuta della nostra economia e sulla disoccupazione saranno devastanti”.

“Chiediamo una svolta decisa e una stagione di buona politica, concreta, capace di dare risposte urgenti ai nostri problemi e di prevenire quelli futuri. Scelte chiare e da fare in tempi rapidi, se si vuole scongiurare il declino di questo paese. E per questo Confesercenti ha deciso di sottoporre all’intera classe politica le sue proposte”.

Queste le proposte di Confesercenti: “Ridurre le aliquote Irpef per i redditi medio bassi e ridurre l’Irap per le pmi, Scongiurare l’aumento dell’Iva dal 21% al 22%, Escludere l’Imu da immobili strumentali e prima casa, rivedere la riscossione coattiva per i debiti tributari e favorire la rateazione, rivedere i criteri di applicazione della Tares, favorire l’attività dei Confidi per il credito alle imprese, meno costi sul lavoro e meno burocrazia, Ridurre i costi a carico delle imprese per l’utilizzo della moneta elettrica, più negozi di vicinato per città più sicure, aperture domenicali solo quando serve e competenze alle Regioni, sostegno allo start-up delle imprese con formazione e innovazione tecnologica, rivedere la norma di pagamenti e contratti per i prodotti agricoli e alimentari, più infrastrutture per favorire la crescita del turismo”.