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Calcio, Alberto Corradi a tutto campo: scuola, politica e sport

Alberto Corradi

Arenzano. Professore di italiano dai molteplici interessi culturali e sportivi, Alberto Corradi, classe ’74, abbina al lavoro di insegnante (che esplica presso la scuola alberghiera di Finale Ligure), l’impegno politico (è il segretario della sezione arenzanese di Sel) e la passione per il calcio, che lo vede ora vestire i panni di allenatore del Libraccio, dopo un’ onorevole carriera (fra le fila di Arenzano, Finale, Varazze, Sassello e Cogoleto) da calciatore moderno per intuizione del gioco ed intelligenza tattica.

Dopo aver appeso le scarpe al chiodo, Corradi ha deciso di buttarsi a capofitto nel ruolo di mister e, se il buongiorno si vede dal mattino, anche in questo settore potrà ottenere risultati importanti.

E’ piacevole interloquire con lui. Anche parlando di calcio, il discorso non è mai banale. Si parte da un personaggio sudamericano fuori dal comune, Socrates Brasileiro Sampaio, il “Che Guevara” del mondo del pallone: “Da giovane ero affascinato da ciò che rappresentava il capitano del Brasile al Mundial dell’82 (ndr, ‘o doutor’, come veniva chiamato a Belém, la città situata sulla foce del Rio delle Amazzoni, dove è nato) e dall’idea politico-calcistica che lui stesso ispirò e mise in atto nel Corinthians”.

Dal 1982 all’84 i calciatori del Corinthians sperimentarono un modello societario basato sull’autogestione. Era la “democracia corinthiana”, che prevedeva il voto di giocatori e dirigenti per tutte le decisioni importanti. Un esempio di movimento politico e sociale per combattere il repressivo regime militare, partendo dai campi di calcio, un’autentica rivoluzione in una delicata fase storica del Brasile. All’abbattimento della dittatura contribuì in modo decisivo l’esempio di Socrates e dei suoi compagni (tra cui l’ex granata Walter Casagrande), capaci di portare su tutti i campi del Brasile, dal “Rio Grande do Sul” a “Bahia”, da “Minas Gerais” a “Pernambuco”, la maglia del Corinthians con la scritta “Democracia” esibita a chiare lettere.

Ma torniamo a Corradi. Dunque, cosa è il calcio per te? “E’ una componente essenziale della mia vita, che mi ha accompagnato e formato sin dalla gioventù. Rappresenta un momento di socializzazione e di confronto e che, come negli altri comparti della vita, riserva un’altalena di passioni, gioie, ma anche tristezze”.

Come si sta, nei panni di mister, dall’altra parte della barricata? “E’ un’esperienza affascinante, che mi sta coinvolgendo in maniera totale. Sono all’inizio e devo ancora metabolizzare l’avvicendarsi delle fasi positive con quelle sature di criticità”.

Come gestisci il gruppo? “Credo sia fondamentale trasmettere in modo chiaro le proprie idee, con un continuo confronto e che un franco dialogo debba essere la base per entrare e soprattutto rimanere in sintonia con i giocatori. Ma è chiaramente difficile dover dire di accomodarsi in panchina, o peggio ancora in tribuna, a chi si è impegnato durante tutta la settimana”.

Da quali allenatori hai attinto metodologie di lavoro? “Tra i ‘prof’ ammiro Arrigo Sacchi, che ha rivoluzionato il modo di intendere il ‘foot ball’ e Zdenek Zeman, mister contro corrente, che mette il gioco al centro dell’idea di fare calcio, mentre tra i dilettanti ricordo con piacere proprio chi mi sta intervistando, che con l’Arenzano del ‘99/2000 ci faceva giocare un calcio innovativo. Tra gli altri mister che ho avuto, un maestro nella gestione del gruppo è stato Derio Parodi, come del resto Luca Monteforte, allenatore completo a 360 gradi”.

Mentre scriviamo ci sovviene un pensiero di Johan Cruyff: “Una cosa che ho capito sin da bambino, è che quelli che più si divertivano ad insegnarti qualcosa erano coloro che meglio dominavano il pallone, mentre quelli solo capaci di entrare sull’avversario, di piazzarsi sul campo per fare ostruzione o tirar pedate, non avevano nulla da insegnare, anzi avrebbero avuto molto da imparare”.

Claudio Nucci