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G8, le vittime della Diaz faranno ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo

Genova. Gli avvocati difensori delle parti civili nel processo Diaz appena concluso faranno ricorso alla Corte europea di Strasburgo contro il governo italiano per il mancato rispetto dell’art, 3 della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo (“Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”).

Nel processo Diaz infatti i reati di lesioni anche gravi si sono tutti prescritti prima della condanna definitiva e i responsabili sono stati condannati solo al risarcimento dei danni. Gli avvocati delle vittime spiegano che ciò costituisce violazione della Convenzione europea che impone agli Stati di assicurare una tutela effettiva anche penale contro questo tipo di reati. La giurisprudenza della Corte dice espressamente che la punizione dei responsabili delle violazioni dell’art.3 non può essere elusa dalla prescrizione e i responsabili devono essere sospesi in via cautelativa per tutto il corso del processo.

Sullo stesso punto, attualmente già pende un ricorso relativo ai fatti di Bolzaneto. Anche in questo caso tutti i reati compiuti all’interno della caserma sono caduti in prescrizione e i responsabili, se la Cassazione confermerà le condanne in appello, saranno condannati solo al risarcimento dei danni.

L’Italia ha ratificato la Convenzione europea dei diritti dell’Uomo del 1955 e un’analoga e più specifica convenzione relativa al reato di tortura firmata all’Onu nel 1984 (e ratificata nell’88) ma, come ha spiegato ieri il procuratore generale Vito Monetti, l’Italia non ha mai introdotto nel suo codice penale il delitto di tortura.

La Procura generale di Genova ha sollevato il problema davanti alla Corte di Cassazione nel procedimento Diaz ma la Corte ha risposto che la situazione può essere risolta solo con un intervento legislativo.

E non si tratta semplicemente di un ritardo o di una disattenzione. Come ha spiegato l’ex presidente della Corte Costituzionale Victor Zagrebelsky, “l’Italia ha ricevuto nel corso degli anni una serie di solleciti da parte del Comitato europeo contro la tortura e dal Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite. L’Italia ha espressamente rifiutato di dare esecuzione a quelle raccomandazioni.

Nel 2008 il governo italiano dell’epoca ha formalmente dichiarato di non accogliere la raccomandazione del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, sostenendo che in realtà già ora la tortura è punita, applicando quando è il caso le norme che sanzionano l’arresto illegale, le lesioni e l’omicidio”. Ma le recenti sentenze dimostrano che non è così: i reati sono prescritti e nessun colpevole sarà penalmente punito, mentre il reato di tortura è imprescrivibile.

Il giorno successivo alla sentenza Diaz Carlotta Sami, direttrice generale di Amnesty International Italia, ha inviato una lettera al ministro della Giustizia, Paola Severino chiedendole di esercitare un ruolo fondamentale nell’assicurare che l’Italia introduca finalmente nel codice penale il reato di tortura, adottando un testo che sia in linea con il dettato della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, ossia non restrittivo rispetto alla definizione in essa contenuta.

Anche i legali di alcuni funzionari di polizia condannati hanno annunciato il ricorso alla corte europea dei diritti dell’uomo: il ricorso sarebbe motivato dal fatto che la sentenza di appello (confermata dalla Cassazione) avrebbe ribaltato l’assoluzione di primo grado senza risentire i testimoni del processo. Il ricorso è stato bollato come “paradossale” dai legali delle vittime.