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Salute, 1 italiano su 3 mangia per stress e non per fame

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Affamati dallo stress. Un italiano su tre ha un rapporto non equilibrato con il cibo, insomma mangia per stress e non per fame. E’ il risultato di un sondaggio online dell’Eurodap, Associazione europea disturbi da attacchi di panico (www.eurodap.it) al quale hanno partecipato 600 persone tra i 18 e i 65 anni.

L’obiettivo dei ricercatori era quello di osservare il comportamento delle persone con il cibo in una fase in cui l’aspetto psicologico degli italiani è sottoposto ad una serie di stress emotivi: insicurezza, ansia, paure. “Per il 40% delle persone che hanno partecipato al sondaggio – dice Paola Vinciguerra, psicoterapeuta presidente Eurodap, che domani presenterà a Roma il volume scritto con Giorgio Calabrese ‘Stress&Dieta’ (Kowalski Editore, presso la Libreria Feltrinelli in via V.E. Orlando 78/81, ore 18) – il cibo viene utilizzato troppo spesso come una valvola di sfogo, allo scopo di sedare livelli di ansia troppo elevati”. Dal sondaggio è emerso, poi, che chi mangia per stress fa la spesa al supermercato: nel carrello, sempre pieno, non mancano mai cibi dolci o alimenti super calorici.

Gli italiani stressati mangiano in maniera frettolosa, tanto che dichiarano di gustare solo qualche volta i cibi che mangiano. Raramente, inoltre, posano la forchetta quando si sentono sazi. Questo comportamento viene adottato in modo particolare la sera, quando la corsa del vivere quotidiano si placa e si ha la sensazione di potersi finalmente fermare e ‘coccolarsi’, almeno a tavola. Si è anche rilevato che questo atteggiamento disfunzionale nei confronti del cibo è frutto spesso di un particolare stato emotivo, ansioso o depresso, stressato o triste.

“Si tratta di individui che non hanno regole nel loro regime alimentare – spiega Vinciguerra – per le quali ogni emozione negativa o stato d’animo non sereno tendono ad essere compensati con il ricorso all’alimentazione”. “Così come si tende a ricercare nel cibo un premio – aggiunge – è anche possibile che si cerchi nel cibo una punizione, mettendo in atto restrizioni eccessive. Restrizioni che, quando perdurano nel tempo, portano poi ad abbuffate compensatorie”.

“In un momento di profonda crisi economica come quella che sta vivendo il nostro Paese – aggiunge la psicoterapeuta, responsabile dell’Uiap, Unità italiana attacchi di panico presso la Clinica Paideia di Roma – il cibo per molti rimane l’unica valvola di sfogo. Compensazioni di altro tipo come vacanze, acquisti e quant’altro, stanno subendo una evidente contrazione. Quindi è chiaro che l’insoddisfazione, il senso di fallimento, la paura, lo stress quotidiano per i numerosi problemi che ci preoccupano, fanno spostare l’attenzione delle persone su un qualcosa che culturalmente non ci fa sentire in colpa: il mangiare. Quando mangio non è come se mi comperassi la macchina nuova, che non mi posso permettere, o l’ennesimo abito che andrà solo ad intasare il guardaroba. Mi sto nutrendo, sto facendo un’azione permessa”.

“Il senso di colpa – nota l’esperta – arriva solo dopo, quando i chili di troppo creano il disagio dell’apparire, non riuscendo però a rompere il circolo vizioso: mangio in cerca di sollievo, mi pento e provo disagio e ricorrerò di nuovo al cibo per risolverlo. In realtà sono stressato, frustrato e cercare sollievo nel cibo mi porterà – conclude – solo ad aggravare il mio stato di disagio.”