Cronaca

Attentato Adinolfi, è giallo sui volantini Br, la Procura di Genova: “Non ne sappiamo nulla”

Genova. Sono passati tre giorni dall’attentato a Roberto Adinolfi, l’ad di Ansaldo Nucleare, gambizzato lunedì mattina a pochi passi dalla sua abitazione in via Montello, e nessuna rivendicazione è ancora arrivata sul tavolo degli inquirenti.

Le uniche due comunicazioni “di solidarietà” a chi ha compiuto il gesto sono state postate ieri su Indymedia Piemonte e Indymedia Svizzera ma “non riteniamo che possano equivalere sia per motivi lessicali sia per come i pezzo sono ricostruiti a una rivendicazione”, lo ha detto oggi pomeriggio il procuratore capo Michele Di Lecce in un’apposita conferenza stampa. Per altro il riferimento a Torino, contenuto in uno dei messaggi, “sembra non rispondente all’avanzamento delle indagini di quella Procura”.

A Genova gli inquirenti vagliano tutte le possibili piste o più tecnicamente le motivazioni del fatto. “Non si esclude niente al momento”, ha ribadito Di Lecce confermando che ora non ci sarebbero elementi per far prevalere la pista eversiva su quella commerciale o viceversa.

D’altra parte se il gesto non fosse di tipo terroristico, come sembra invece per dinamica, modalità e circostanze, “la rivendicazione potrebbe non arrivare per definizione. Inoltre, al contrario, potrebbe essere opera di un gruppo, o un singolo, piuttosto che un altro di matrice eversiva”.

Generalmente piu passa il tempo e meno attendibile risulta la rivendicazione: ipoteticamente potrebbe essere stata spedita e ancora non recapitata.

Le indagini continuano: sono in corso interrogatori a testimoni e nell’ambiente lavorativo per ricostruire eventuali scenari, mentre è scluso per il momento l’ambito politico. Gli inquirenti stanno approfondendo alcuni elementi disponibili: le impronte e il materiale biologico sulla moto utilizzata per l’attentato e ritrovata nel posteggio vicino al liceo Cassini, ci sono ma va valutata “l’utilizzabilità e poi a chi appartengano”. Le telecamere pur funzionanti non sembrano fornire particolari rilevanti dati i campi lunghi e le immagini in movimento.

Quanto al bossolo “non abbiamo ancora i ritorni, ma la pistola che sembra di vecchia fabbricazione, potrebbe essere stata giù utilizzata”.

Anche l’analisi delle celle telefoniche potrebbe rivelare importanti elementi ma per il momento tutto è ancora in via di accertamento.

Quel che è certo è che Adinolfi non è stato chiamato per nome, segno che gli attentatori erano alle sue spalle, non hanno lasciato traccia neppure con la voce ed erano quindi sicuri che fosse lui. Il colpo infatti è arrivato sicuramente da dietro mentre il proiettile è stato sparato da mezzo metro o un metro e non è stato casuale.
“Aspettiamo le conclusioni del medico legale, ma sembrerebbe intenzionalmente sparato in quell’area, quasi fosse diretto a non colpire il ginocchio o l’arteria femorale”, ha detto ancora Di Lecce. Oggi infatti è stata affidata la consulenza medico legale a Marco Salvi per l’individuazione esatta della lesione.

Di Lecce ha poi smentito alcune indiscrezioni comparse su un quotidiano locale: “Sulla presenza di volantini di minaccia in Ansaldo risalenti a due anni fa, a noi come Procura non risulta alcunché, come confermato dalla Fim Cisl oggi”. E su una presunta testimone donna: “Ci sono tanti testimoni, ma la credibilità e la veridicità sono cose diverse. Non vogliamo ne possiamo cotruire teoremi”.