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Calcio amarcord: Corrado Teneggi, il John Charles italiano

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Arenzano. Un flashback… un tuffo nel passato: estate 1966, in Riviera, di sera, i giovani si accalcano dentro le discoteche nella irresistibile atmosfera degli anni ’60, scandita da “twist and shake”. Ma non tutti… gli sportivi, invece, si radunano numerosi attorno ai campi di calcio a 7, dove si svolgono tornei di grido, con la partecipazione dei migliori giocatori liguri a livello dilettantistico / semiprofessionistico.

Nella Pineta di Arenzano la musica del night Calypso è coperta dalle urla di incitamento della folla che, nel campetto illuminato da fari alimentati da “bombole a gas”, parteggia per i locali canarini impegnati in un derby contro un team di Varazze, che ha fra le sue fila un centravanti dal fisico imponente, tutto muscoli, ma anche tanta classe.

Guardo la partita, all’epoca ragazzino, seduto sulla tribuna in legno, vicino ad un mostro sacro di allora, evidentemente anche lui – come tante celebrità – in vacanza in Riviera: è Giacinto Facchetti, il grande capitano del’Inter, non ancora della Nazionale. E’ un turbinio di emozioni, non so se guardare la partita, oppure quell’icona del calcio italiano del quale avevo in tasca la figurina Panini. Ma la partita è troppo avvincente, anche Giacinto si diverte. E poi quel forte centrattacco varazzino, che sembra Gigi Riva, è marcato da Dino Chiossone, lo stopper dell’Arenzano di cui vorrei prendere il posto “da grande”, come è possibile non concentrare su di lui la mia attenzione? Mi sono informato sul suo curriculum: ha giocato nel Verona, Savona, Como, Livorno, Casertana, Lecce, si chiama Corrado Teneggi.

Ecco, con queste sensazioni dentro, mi accingo ad incontrarlo in quel di Albissola, dove nel frattempo ha trasferito il domicilio: “Ho giocato in città bellissime, a partire da Verona, dove sono arrivato giovanissimo in una squadra di Serie B, la cui porta era difesa da Bepi Moro (ex Samp), un estroso para rigori per eccellenza (ndr, ne parò uno al Ferraris con una mano, mentre con l’altra afferrava al volo il cappello che gli stava cadendo), ma è stato a Savona che ho messo le radici, complice una trasferta in treno in cui ho conosciuto mia moglie! Tra l’altro posso vantarmi di essere la punta biancoblù che ha fatto più goal in un solo campionato: 22, anzi sarebbero 27, ma all’epoca, se un difensore deviava la palla con un pelo, ti davano l’autorete!”.

Sembra uno tsunami, mentre continua: “I momenti migliori li ho vissuti a Como, lì ho conosciuto un giovanissimo Gigi Meroni, poi diventato la ‘farfalla’ granata. Andai nella città lariana voluto da Pinella Baldini. Ricordo un Como-Juventus di Coppa Italia, perso sì 1-4, ma con un mio goal di testa, che consentì ai cronisti di paragonarmi a John Charles, uno dei giocatori di quella Juve, insieme a Boniperti, Sivori e Cervato, che a fine gara si congratulò con me. Vivevo un gran momento, c’era anche un accordo sulla parola per un trasferimento all’Inter, poi saltato a causa di un incidente che mi tenne a lungo ai box”.

Ci racconta ancora: “Da ragazzino ho iniziato a giocare in porta nel Varazze e questo mi dava vantaggi nell’anticipare le situazioni in area. Ho fatto esperienze nel sud Italia ed addirittura in Germania, in una squadra di terza divisione, che mi consentiva di allenarmi in Liguria e poi raggiungerli la domenica per giocare. Che sfacchinate in auto, altro che ritiri all’italiana!”.

Chiude raccontandoci le sue esperienze da mister (con Silvano “Didon” Piacentini sempre come secondo): “Ho allenato ad Andora, vincendo un campionato di Promozione, poi a Carcare, Millesimo, Sassello, Albissola e Varazze”, dove chi scrive ha avuto l’onore di succedergli l’anno dopo, trovando un gruppo di giocatori dai quali si era fatto ben volere, per carisma, competenza ed una affabilità dialettica che conserva tuttora.

Claudio Nucci