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Riforma del lavoro, Piredda (Idv): “La flessibilità buona rimane un miraggio per un milione di precari”

Genova. “La vera “buona flessibilità” è regolata all’interno del mercato del lavoro e bilanciata da una rete di ammortizzatori attivi, in grado di dare sicurezza ai lavoratori – afferma Maruska Piredda dell’Idv – La nuova riforma del lavoro, che mantiene in essere le 40 tipologie di contratti atipici a oggi in vigore, non fa conseguire a tali contratti forme adeguate di sostegno”.

Secondo la Piredda: “L’Aspi e il mini-Aspi, le nuove forme di ammortizzatori introdotte dal ministro Fornero, sono ancora insufficienti perché potranno essere fruibili solo da lavoratori dipendenti, pubblici e privati, apprendisti e appartenenti al mondo dello spettacolo con requisiti di accesso più restrittivi, rispetto al precedente assegno di disoccupazione. In Italia, i precari costituiscono il 12,2% del totale degli occupati, che sono il 56% della popolazione, contro la media europea del 65%, Spagna compresa. Occorre ricordare che un italiano su 2 è ancora senza lavoro e che tra quelli che sulla carta risultano aver un lavoro, è compreso anche un milione di cassaintegrati, metà dei quali a zero ore”.

La Piredda continua: “Il quadro già negativo dell’occupazione non potrà che peggiorare a causa dei licenziamenti di natura economica che, prevedendo norme poco trasparenti, renderanno difficile stabilire l’effettiva legittimità del licenziamento, con il rischio che si verifichino abusi a danno dei lavoratori”.

“Per introdurre finalmente anche in Italia la “flessibilità buona”, che nel nostro Paese rimane un miraggio, ci saremmo aspettati una riforma che mettesse al primo posto l’estensione degli ammortizzatori sociali per tutti i tipi di lavoratori, in particolare per quelli che fino a oggi sono stati i meno tutelati, ovvero quel milione di precari che ancora una volta rimangono scoperti – conclude la Piredda – Dobbiamo, infine, constatare l’assenza di proposte concrete da parte del governo per il rilancio economico del Paese, proposte che permettano la nascita di nuova occupazione, condizione indispensabile per la ricostruzione di un mondo del lavoro che consenta la riduzione dei tempi di passaggio da un lavoro a un altro”.