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Anteprima nazionale film Diaz, il tonfo dei manganelli 11 anni dopo

Genova. C’è una gran folla davanti al Cinema Corallo, centinaia di persone che attendono di essere distribuite nelle due grandi sale del cinema genovese per l’anteprima nazionale del film Diaz. Si scende a fatica lungo le scale, magistrati a fianco di no global, avvocati, politici e gente comune che è riuscita ad avere l’agnonato invito per una serata molto speciale.

Fra loro uno dei due pubblici ministeri del processo Diaz Francesco Cardona Albini e Roberto Settembre, uno dei giudici del processo di secondo grado per i fatti della Caserma di Bolzaneto.

L’aspettativa è molto alta, soprattutto per chi quei giorni li ha vissuti. La gente si saluta, molti si incontrano di nuovo dopo molti anni, 11 ne sono passati da quei fatti.

Il regista Daniele Vicari e il produttore Domenico Procacci, insieme all’assessore alla cultura Andrea Ranieri, fanno la spola tra le due sale per salutare il pubblico e presentare il film.

Poi, un po’ in ritardo sulla tabella di marcia, comincia la proiezione. E da quel momento cambia tutto. Gli spettatori precipitano indietro nel tempo, si torna alla Genova blindata, alle incursioni dei black bloc, ai lacrimogeni, alle cariche della polizia, fino alla violenza brutale della scuola Diaz.

Il film è un pugno nello stomaco, un pugno per ogni colpo di manganello sulle teste e sui corpi di chi quella notte ha avuto la sfortuna di scegliere la scuola Diaz come dormitorio, in attesa di lasciare Genova dopo tre giorni di manifestazioni.

L’irruzione dei poliziotti nella scuola è una ricostruzione fedele degli atti processuali, momento per momento, piano per piano, violenza per violenza, dal pestaggio del giornalista inglese Mark Covell e quello del collega del del Resto del Carlino Lorenzo Guadagnucci, dalla giovane Lena Zhulke picchiata a sangue e trascinata per i capelli in stato di incoscienza giù dal quarto piano, alla scena spaventosa di una ragazza in una pozza di sangue in stato di coma che farà urlare a Michelangelo Fournier, vice comandante del Settimo nucleo del Reparto mobile di Roma le ormai famose parole “Basta, basta”.

E la “macelleria messicana” di cui lo stesso Fournier parlerà al processo Diaz emerge con tutta la sua violenza, così come l’impotenza dei giovani di fronte alle umiliazioni subite alla Caserma di Bolzaneto. Gl sguardi terrorizzati e poi completamente persi di questi ragazzi in balia di una furia che va al di là di ogni umana comprensione.

Come ha sottolineato ieri il produttore della Fandango Domenico Procacci la sentenza di Cassazione attesa per giugno potrà forse annullare il processo, ma non la gravità di quanto è accaduto quella notte, nel slenzio della politica, che nel film risulta del tutto assente. Un’assenza pesante come un macigno e che è durata per molti lunghissimi anni. Un silenzio che si è fatto negli anni assordante mentre a questi ragazzi in troppi ancora devono chiedere scusa.