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Cronaca

Serra Riccò, ricettavano armi per arrotondare lo stipendio: in manette imprenditori incensurati

Alessandro Corda Capitano cc sampierdarena

Serra Riccò. Undici fucili, una carabina, sette pistole, un mitra, armi bianche da collezione, più migliaia di munizioni: il vero e proprio arsenale sequestrato dal Nucleo Operativo della Compagnia di Sampierdarena, a Serra Riccò e in un appartamento in provincia di Piacenza, è il frutto dell’illecità attività condotta da due fratelli originari dell’Alessandrino, aiutati dalla complicità di una donna, e da un altro socio, incensurati e tutti tra i 45 e i 50 anni.

L’indagine è partita l’estate scorsa quando i militari di Sampierdarena avevano cominciato a monitorare l’attività di Adolfo e Attilio Morrone, originari dell’Alessandrino ma residenti da tempo a Serra Riccò, indicati come possibili ricettatori di armi di dubbia provenienza.

Ai due indiziati si aggiunse una terza persona: il socio incaricato di smerciare le armi per conto dei due. Dopo accurate indagini, nel dicembre scorso, Adolfo Morrone è stato fermato e arrestato. In una zona impervia di serra Riccò i carabinieri capitanati da Alessandro Corda, hanno trovato diverse armi e alcune pistole sia con matricole abrase sia da collezione.

Contemporaneamente a Bobbio, in provincia di Piacenza veniva arrestato anche Carlo Antonio Grassi, il socio genovese, trovato in possesso di un discreto quantitativo di armi, tra cui una carabina e un mitra Franchi da guerra. Il Franchi LF-57, una pistola mitragliatrice automatica calibro 9, in dotazione all’esercito negli anni Sessanta, sembra sia appartenuto al generale Amos Spiazzi e poi sequestrato nel 1974, quando l’alto ufficiale fu arrestato nell’ambito dell’indagine sul cosiddetto “Golpe Borghese”, per il quale venne poi assolto con sentenza definitiva della Cassazione nel 1986.

Una volta assolto dalle accuse che gli erano state mosse nell’ambito dell’inchiesta sul Golpe Borghese, che gli costò alcuni anni di carcere preventivo, l’alto ufficiale chiese la restituzione delle armi, che nel frattempo erano state esposte alla fortezza di San Leo di Pesaro. Nel frattempo, però, quel mitra era sparito. Toccherà ora ai Carabinieri stabilire in che modo i trafficanti arrestati siano entrati in possesso dell’arma e che fine abbia fatto in tutti questi anni.

Nel secondo troncone di inchiesta, dopo ulteriori accertamenti, nelle scorse settimane la Procura Antimafia di Genova ha richiesto al Gip due misure cautelari per l’altro fratello e per la convivente ucraina complice per custodia di armi.

“I due fratelli erano titolari di un’impresa di scavi – spiega il comandante Corda del Nucleo Operativo della Compagnia di Sampierdarena che ha condotto le indagini – ma contemporaneamente accumulavano armi rubate, in Liguria e Toscana, e le rivendevano sia a collezionisti sia a criminali anche fuori regione. Con questo sistema arrotondavano le entrate del loro lavoro, incrementando i guadagni”. Pur essendo incensurati, i due fratelli, appassionati di armi, erano anche ben introdotti nell’ambiente criminale.