Via dei Giustiniani 19, l’occupazione continua: “Una casa per abitare, giocare, vivere e lottare” - Genova 24
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Via dei Giustiniani 19, l’occupazione continua: “Una casa per abitare, giocare, vivere e lottare”

via giustiniani palazzo occupato

Genova. “Ci siamo presi una casa per abitare e per giocare, per vivere e lottare. Tutto qui. Uno stabile vuoto del Demanio, se si escludono i piccioni o le persone che ci hanno transitoriamente trovato rifugio, da almeno cinque anni lasciato al degrado. In questo sistema si lasciano marcire i frutti sugli alberi, si mandano i libri al macero, si vogliono costruire grandi opere che sono costose, inutili e devastano il territorio, sottraendo risorse alla collettività, si lasciano edifici sfitti”. Da qualche giorno lo stabile di Via dei Giustiniani 19, abbandonato a se stesso da anni, è occupato.

Il report “dei primi giorni di occupazione” si legge sul sito di Indymedia, e racconta di un contesto di serenità, in cui “i bambini giocano a nascondino al piano terra, corrono in lungo e in largo, trovano rifugio in un frigorifero recuperato, dietro un mobile in ferro in stile “burocrazia della Prima Repubblica”, poi utilizzano le sedie dopo un’affollata assemblea per fare delle navicelle”.

L’atmosfera entusiasta è quella di chi ha in mente progetti concreti: per ora solo il piano terra è vivibile, ma in programma c’è la sistemazione di una cucina, un punto informatico, una biblioteca, forse un asilo popolare. “Molti sono venuti a dare una mano, a iniziare a far vivere il posto come qualcosa di tutti: una scopa in mano, un tavolo spostato, qualcuno porta da mangiare, altri da bere”, scrivono gli occupanti. “Si socializzano le competenze per superare le debolezze e l’arte dell’improvvisazione: elettricisti, idraulici, cuochi e artisti, abbiamo bisogno di tutto se vogliamo essere tutto, e l’autogestione è una bella palestra. Vengono fuori le prime idee, passanti e vicini chiedono, alcuni entrano, qualcuno visita l’intero stabile e si ferma a parlare: il rispetto reciproco e il rapporto umano non mediato sono la forma in cui vorremmo relazionarci a tutti. La base costitutiva dell’occupazione è il rispetto degli abitanti del quartiere, principio che si è consolidato dialogando con le persone che si sono avvicinate”.

Lo stabile era abbandonato da anni anche se, spiegano ancora gli occupanti, “la facciata era stata rifatta per il G8 del 2001, ai potenti si sa, soprattutto a quelli nostrani, piace la chirurgia estetica. Qualche anno più tardi le associazioni e gli abitanti sono stati mandati via, con la scusa dell’inagibilità. Intanto l’edificio si lascia vuoto, sperando che i prezzi degli immobili lievitino”.

Un’ipotesi sul quel che sarebbe stato il futuro di questo edificio la lanciano proprio questi ragazzi, che dicono: “Prima o poi, in procinto di essere venduto ad un privato, un solerte personaggio di un qualche ente preposto alla tutela del patrimonio immobiliare pubblico (e la sua consorteria) a cui sarebbe stato dato un incarico importante di una neo-nata agenzia per la valorizzazione del centro storico, lo avrebbe venduto a qualcuno che rientrava nella rete dei suoi interessi, speculandoci sopra, e facendo fare magari i lavori a spese della collettività, intascando i soldi e affermando il suo ruolo in questo business. Stiamo forse fantasticando troppo, forse?”.

In questo senso l’occupazione diventa “azione preventiva”, “visto che la crisi del debito la vogliono risolvere anche svendendo tutto ciò che rimane del patrimonio pubblico”.

In aiuto degli occupanti architetti e ingegneri solidali, che stanno visionando in questi giorni l’edificio e che non hanno rilevato motivi per non rendere usufruibile lo stabile, possano dare luogo ad un più corposo dossier tecnico e facciano emergere le vere ragioni dello sgombero. L’occupazione è anche un’operazione di trasparenza.

“Le idee non mancano, ma è il nostro bisogno di relazione, di costruzione collettiva, di sperimentare ora ciò che può essere poi, che ci preme si sviluppi. Emerge anche il bisogno abitativo, come una pubblica piaga malcelata, tenuta nascosta dai media, potremmo essere d’esempio, altri già lavorano da mesi in questa città in questo campo, del resto, si dice, ci sono qualcosa come 11.000 alloggi sfitti, e l’esigenza di una casa cresce e si fa trasversale a livello generazionale, come l’esigenza di coniugare il bisogno abitativo con la necessità di uno spazio di socialità. Si sa, mettere il dito in un nervo scoperto dell’attuale organizzazione sociale fa breccia nei cuori e nelle menti di molti, si scopre piaga dopo piaga e la maniera di curarle collettivamente”.