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Cronaca

Arrestato Dante ‘Nino’ Saccà, il boss che aiutò Vallanzasca: i retroscena

dante saccà

Genova. Finalmente si è conclusa la latitanza di Dante ‘Nino’ Saccà, arrestato dai carabinieri del nucleo operativo di San Martino in esecuzione di un mandato di arresto internazionale e ora rinchiuso nel carcere di Marassi. Il boss, considerato uno fra i principali e pericolosi esponenti della malavita del nord, era dovuto tornare in Italia perché bisognoso di assistenza, visto che il diabete lo aveva costretto a sottoporsi a numerosi interventi, l’ultimo dei quali in Francia.

Saccà, accusato dal pentito Rosario Spatola di essere stato ‘arruolato’ dallo stesso Riina, sarebbe stato secondo gli inquirenti l’anello di congiunzione tra i Corleonesi di ‘Zu Toto” e i camorristi nel riciclaggio di denaro sporco effettuato tramite l’acquisto di immobili in Versilia e in Sardegna alla fine degli anni ’80.

Saccà è stato “stanato” in casa dei figli, in via Bernabò Brea, dove stava trascorrendo la convalescenza. “Il boss era ricercato dalla squadra di Milano e dall’Interpol, quindi quando ci ha visto entrare pensava che arrivassimo dal capoluogo lombardo – spiega Pierantonio Breda, comandante della compagnia di San Martino – Si tratta di un personaggio dal profilo elevatissimo nel panorama della malavita, anche se adesso è stato tratto in arresto per reati non relativi alla mafia, bensì per truffa, reati finanziari e bancarotta fraudolenta. Basti pensare che nella relazione annuale della commissione antimafia del 1995, il boss veniva nominato come uno dei massimi esponenti”.

Tra i reati contestati al boss c’è anche quello di favoreggiamento nei confronti di Renato Vallanzasca. Sembra infatti che Saccà abbia agevolato la latitanza del malvivente dopo una delle sue prime evasioni, reato per cui venne arrestato nel 1977. Ma questa è soltanto la punta dell’iceberg, visto che proprio tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80, Dante Saccà e suo fratello controllavano il contrabbando si sigarette in tutto il nord Italia. “Non si parla di un contrabbando qualunque, ma di un traffico di dimensioni spropositate – continua il comandante Breda – ai fratelli Saccà, infatti, fu comminata una multa di ben 23 miliardi di lire, una cifra esorbitante per quei tempi”.

Ma la cosa più incredibile di quel fatto fu la risposta dei malavitosi dopo aver conosciuto l’importo della sanzione pecuniaria. “Andiamo a prelevare i contanti e domani paghiamo”, dissero. Una frase, fatta a mo’ di battuta, ma che fa comprendere quanto il loro potere, anche economico, fosse grande. Per mettere in pratica meglio il proprio traffico di sigarette avevano addirittura comprato una stazione radio, con cui in ogni momento potevano tenere informate le navi che trasportavano la merce, facendole arrivare in porto nel momento giusto. Sempre nell’ambito di questi traffici, avevano anche messo in atto una sorta di “joint venture” con i Marsigliesi.

Nella storia dei fratelli Dante ed Eugenio Saccà non gravitano né armi né omicidi, ma non manca quasi nulla, a partire dalla quantità esorbitante di capitali sporchi riciclati in attività legali. Ci sono decine e decine di aziende incamerate e ridotte alla bancarotta. Fino al ’93, se si escludono alcune denunce e arresti per reati finanziari, non si rilevano mai reati di mafia. E’ proprio in quell’anno, però, che Saccà finì in manette, insieme ad altre 21 persone, per associazione mafiosa e possesso ingiustificato di beni.

Questo è soltanto un piccolo riassunto del curriculum vitae di Dante Saccà, che negli anni ’80 era anche particolarmente vicino ai Corleonesi di Totò Riina, forse per via delle sue origini messinesi. “Nel 2007 ricevette il cumulo delle pene, ammontante in totale a 7 anni, 3 dei quali indultati – conclude il comandante Breda – ora dovrà scontare una pena residua di 4 anni”. Ora Nino Saccà ha 72 anni e la sua latitanza si è conclusa proprio a Genova, città in cui fin dai suoi esordi nella malavita aveva molti interessi. Proprio dal capoluogo ligure, infatti, era iniziato il contrabbando di sigarette.