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“Le vie del barocco” al tempo della crisi: al via il Festival Internazionale musica da camera

Genova. L’inaugurazione di un festival di musica da camera dovrebbe essere sempre una celebrazione estatica e festante. La musica nel Settecento era più che altro legata alla vita di corte, era il vezzo e il divertimento del potente, talvolta la manifestazione della sua magnificenza.

La musica del Settecento era dunque più vita quotidiana, che cultura alta. A distanza di qualche secolo, e non si afferma nulla di eclatante, la situazione si è ribaltata. La musica da camera è diventata costoso divertimento d’elite, cultura alta, talvolta snobbato per colpa del suo snobismo, altre volte snobbata per colpa di orecchi incapaci i decodificarla e ascoltare. Capirla.

In questo contesto tutt’altro che facile il Festival Internazionale della musica da camera diventa maggiorenne e si ripropone al pubblico ligure e piemontese (Genova, Savona, Torino e Mondovì le città coinvolte) intatto e immutato, con un offerta che vuole essere ed è all’altezza degli altri anni.

Anzi il numero dei concerti aumenta: saranno 18 di cui 9 a Genova. La bellezza di questo festival sta nel coniugare una scelta musicale accurata (6 concerti saranno dedicati totalmente alla musica barocca, quattro di composizioni contemporanee sempre ispirate alla musica barocca, poi Johann Sebastian Bach) con location suggestive come il monastero di Santa Chiara di via Lagustena a San Martino, o il concerto del grande violoncellista Cristoph Coin del 28 giugno a Palazzo Rosso e quello del 5 luglio a Palazzo Ducale.

Tra gli straordinari interpreti di questo festival ci sarà anche il genovese Stefano Bagliano, che sarà proprio protagonista del concerto del 5 luglio a Palazzo Ducale. Stefano Bagliano è anche il direttore artistico del festival e ha tenuto a spiegare che quest’anno l’organizzazione del Festival ha dovuto fronteggiare un taglio del 50% dei finanziamenti, proprio perché è venuta a meno il contributo della Fondazione San Paolo.

Insomma, le vie del barocco al tempo della crisi e, permettiamocelo, nella cosidetta postmodernità che ribalta e segmenta significati, li frulla e ce li restituisce lontani dai suoi contesti originari, sono quelle che portano a tutto ciò che essenziale, all’udito e alla vista. Alla bellezza della musica e alla straordinarietà dei luoghi. L’auspicio è che l’essenzialità non diventi anche penuria di risorse e che questo Festival possa ricevere nuovamente da tutti, dalle amministrazioni locali come le fondazioni bancarie, il sostegno che merita.