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Genova, Vincenzi difende il manifesto del Pd: se non ora quando? foto

Genova. Paese strano, il nostro, ci verrebbe da dire se fosse concessa la battuta: chi tocca il corpo della donna la passa liscia, chi lo ritrae, invece, va incontro a dei guai.

La relazione tra rappresentazione dei media e corpo femminile è sempre stato al centro dell’interesse di molti analisti e studiosi a vario titolo. Solo qualche mese fa l’Osservatorio di Pavia presentò a Genova una ricerca sui modi in cui la donna è rappresentata nelle televisioni locali liguri.

Ma si pensi al celebre “Chi mi ama mi segua” pensato dall’Agenzia Italia/BBDO, campagna che nel 1971 fu pensata per i “Jesus Jeans” e che recitava inoltre: “Non avrai altro jeans all’infuori di me”. Si immagini come reagirebbe Rocco Buttiglione, ora, a una campagna simile.

Il casus belli adesso è rappresentato dal manifesto voluto dal Pd: in primo piano le gambe di una donna, il vento che evidentemente alza la gonna e lei che prova a tenerla abbassata per non scoprirsi.

Reazione? Polemica. Il movimento “Se non ora quando” che a febbraio portò in tutta Italia milioni di donne a minifestare in particolare contro il Presidente del Consiglio, ma in generale per migliorare e affermare il ruolo della donna in Italia, ha criticato l’utilizzo strumentale della raffigurazione della donna.

In qualche modo fa loro eco direttamente Marta Vincenzi con una lettera aperta indirizzata al SecoloXIX, affermando come il berlusconismo abbia fatto perdere il significato dell’innocenza legato alla donna.

“Chi ha pensato al manifesto aveva in testa cose molto colte, molto raffinate, tra Marilyn Monroe e il gesto delle femministe che – come nel manifesto- si tengono la gonna dicendo la femminilità è mia e me la gestisco io” scrive il primo cittadino.

Non risparmiando critiche a una scelta che comunque ritiene troppo sofisticata, aggiunge: “Ci risiamo con la mercificazione del corpo femminile? Questi sono tempi maledetti. E’ come se gli anni del berlusconismo televisivo dei troppi sederi in tv ci avessero tolto l’innocenza della liberazione. Ci vorrà del tempo prima che nelle gambe scoperte della donna si possa ritornare a leggere l’innocenza della bellezza”. Difesa e attacco, insomma.

E’ necessario perciò ricordare, come fa il sindaco, che la minigonna fosse uno dei principali simboli di riscatto usato dalla donna negli anni Settanta, un segno di libertà e di uso legittimo della sensualità.

Il giornale l’Unità quando ha cambiato direzione e al suo timone ha messo Concita De Gregorio riprese questo simbolo con una minigonna in primo piano proprio per marcare il cambiamento del giornale che diventava “nuova, libera, mini”.

Non male che queste accuse provenienti dal movimento neo-femminista (se è concesso chiamarlo così) siano già state utilizzate da Roberto Castelli, che impugnò questo bel manifesto dell’Unità per dimostrare che anche la sinistra utilizza in maniera strumentale il corpo delle donne.