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Genova, la notte di Morgan a Palazzo Ducale

Genova. Una notte con il cielo lì che le prometteva. Una notte organizzata dal Festival Internazionale della Poesia, che avrebbe dovuto effettuare la sua presentazione il 9 giugno, cui ha dovuto rinunciare a causa delle minacciate piogge.

È così la serata di ieri è stata in qualche modo quella inaugurale, quella in cui il Festival ha voluto presentare sé stesso alla città  – senza troppe parole se non quelle della poesia e quelle della musica. D’altronde il titolo di questa edizione è più che esplicito: parole spalancate … spalancarsi alle parole, spalancare le parole, farsi travolgere.

Certo c’è un altro titolo che accompagna questa edizione ed è: tabula rasa. Tabula rasa per la mancanza di fondi, tabula rasa perché questo Festival offerto gratuitamente con tutti i suoi appuntamenti a chiunque abbia voglia di partecipare, si costruisce su sponsorizzazione private e finanziamenti pubblici. Le prime sono arrivate, le secondo un po’ meno  (come non sono arrivate al Festival della musica da camera, come in parte non sono arrivati al Teatro Modena, e l’elenco potrebbe allungarsi).

Ed è strano trovarsi dentro questa meravigliosa ala del Palazzo Ducale, con il cielo che ti fa tetto, un angolo pubblico e intimo, pensando quali parole aveva ospitato Genova nella mattina: le parole spalancate di Confindustria, quelle che urlano con fermezza “basta agli sprechi”, “privatizziamo”, “bisogna controllare la spesa pubblica”. La risposta della politica, evidentemente, è già arrivata: togliere i fondi a manifestazioni come il festival della poesia dove ieri sera 300 persone hanno partecipato senza spendere un euro.

Gli spettatori presenti hanno assistito a due spettacoli, uno dietro l’altro, diversissimi. La lettura di poesie in lingua originale e traduzione, di una delle più grandi poetesse ecuadoriane contemporanea Sonia Manzano, prima, lo spettacolo di Morgan poi.

L’evento principale della serata: Morgan al pianoforte, accompagnato da un violoncello e un fagotto. Il Festival ha intitolato la serata “carta bianca a Morgan”. E lui, ex cantante e musicista di grido a fine anni Novanta dei Bluvertigo, ritornato al successo grazie a format televisivi, da cui poi è stato tritato per una confessione legata al consumo di cocaina, non ci ha pensato troppo a prendersi davvero carta bianca.

Irriverente e geniale, al suo pianoforte da cui scendevano fili e cavi connessi a vari supporti elettronici (dal computer a sintonizzatori), il suo sguardo, il dialogo aperto con il pubblico, il commento di qualsiasi imprevisto, le sigarette fumate cantando e suonando. I suoi capelli sempre più bianchi e sempre più lunghi.

Morgan è quello che immagini essere, una sorta di frullato pop tra genialità e preparazione da una parte e clichè televisivo (diciamolo: un po’ freak), dall’altra. E sì, perché a vederlo lì, appena entra sul palco, non puoi che pensare a due cose diversissime: o è un genio o è appena scappato dalla Corrida (il programma televisivo, si intende).

Alla fine di due ore di musica, talvolta esaltante e altre volte minimale (nell’ultimo pezzo ha intimato ai suoi due musicisti, di cui una era sua sorella, di non suonare neanche una nota … nel frattempo lui si è messo anche a martellare sulla lattina che stava bevendo), non puoi che arrenderti all’evidenza della sua genialità, alla sua capacità drammaturgica, teatralità involontaria o costruita non importa. Prima di salutare il pubblico ha interpretato “Il nostro concerto” del genovese Umberto Bindi. Un’apoteosi.

Una serata meravigliosa e surreale, con quel cielo lì che la prometteva ma non ha osato, con un pubblico eterogeneo che si è divertito e in maniera molto teatrale ha concesso a Morgan una doppia standing ovation.

Una sabato sera così, offerto dal Festival internazionale della poesia alla città. Gratuitamente. Finchè si resiste alla tabula rasa.