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Genova, Cep: il Centro Culturale Islamico e le storie di immigrazione foto

Cep. Questo giornale si è già occupato più volte del Cep, o il Ca’ Nova come la toponomastica della città detta. Quartiere sulle alture di Prà.

La storia da ricordare e da raccontare, in questo caso, è quella relativa al tessuto della comunità islamica presente sul territorio. Lo spunto lo concede la presentazione degli eventi estivi offerti dal Consorzio Pianacci (dal 2 luglio a partire con il concerto di De Scalzi per proseguire fino ad agosto).

In questo elenco di eventi c’è, immancabile: la sagra del cous cous e pesto (il 9 luglio, a partire dalle ore 20). La serata in cui uomini e donne del Centro Culturale Islamico Genova Cep offrono gratuitamente il loro piatto più noto (per quanto ogni paese abbia il proprio modo di farlo), mentre la parte italiana della comunità offre trenette al pesto.

Questa sagra è ormai presa a modello in molte parti di Italia e in questi giorni anche a Palazzo Ducale in cui si è svolta la Summer School di “Sociologia delle immigrazione” è arrivato l’eco dell’ormai tradizionale evento.

Un modello, un’eccellenza, almeno per quanto riguarda integrazione e offerta di vivibilità per gli immigrati. E’ quasi  strano ascoltare la voce di alcuni degli esponenti della comunità islamica del Cep che ribaltano discorsi che per troppo tempo sono stati legati a questo quartiere.

Ne abbiamo parlato con Omar Taiebi, il rappresentante della comunità islamica del Cep: “La mia storia al Cep è lunga, io abito a Genova dall’82, poi mi hanno dato la casa popolare al Cep e mi ricordo che tutti gli amici mi dicevano ma sei pazzo ad andare a vivere lì? Ora tutti vorrebbero venire qui”.

Effettivamente il quartiere, all’epoca ancora conservava parecchi problemi, il forte flusso immigratorio, l’eroina che ancora circolava tra i giovani, molta disoccupazione, poca disponibilità all’accoglienza.

Omar, con il sorriso confessa: “Un po’ ero preoccupato. L’idea di lasciare mia moglie tutto il giorno lì da sola … poi dopo tre giorni ci hanno tolto l’elettricità e a quel punto sì, ero decisamente preoccupato, ho avuto paura. Il contatore era stato staccato”.

Omar però, non ha troppa voglia di parlare di quelle voci e di quelle paure, e passa subito al presente, con fermezza. Con il sorriso: “Al Cep ora non c’è niente che fa paura. Molti dei discorsi sono dicerie”.

Il cambiamento di passo, nell’insediamento della comunità islamica al Cep è stato dovuto, come dice Omar: “Alla nascita della prima generazione”, cioè i figli nati in territorio italiano (quelli che, più correttamente, la sociologia definisce immigrati di seconda generazione). Il fatto che stupisce, è che la preoccupazione non è stata quella di aiutare i ragazzi a inserirsi e integrarsi nel tessuto cittadino, fatto che con la scuola, con il tempo libero, avveniva naturalmente, ma quello di non fare perdere loro le radici e le rispettive tradizioni.

Per questo la comunità islamica innanzitutto ha organizzato dei corsi di lingua. Poi, certo, lavorano anche per l’integrazione, non solo con gli italiani ma anche tra le diverse nazionalità: tunisini, algerini, marocchini che al di là della religione e la lingua, hanno comunque abitudini e tradizioni diverse.

“Qui siamo quasi 120 famiglie e il nostro sforzo è proprio quello di migliorare il quotidiano, e l’obiettivo è sì far sì che i nostri figli si integrino nel tessuto italiano ma anche che quando a scuola qualcuno dirà loro ‘Sei un marocchino’ loro non debbano vivere questa frase come insulto”.

Il Cep di Genova, racconta Omar, ormai è un punto nevralgico per molti immigrati del nord. Sono molti gli immigrati che vengono al Consorzio da Milano e Torino (insomma da molte città del Nord) proprio per capire quali siano le attività svolte dalla comunità islamica del Cep. Gli esperimenti e le attività costruite in simbiosi, sono già molte, dal teatro in italiano fatto dalle “prime generazioni” però costruito sulle storie e le tradizioni islamiche.

“La sensazione di tutti quelli che ci vengono a trovare”, dice Omar “E’ che il cittadino straniero c’è ma non viene vissuto come tale”.

L’esempio più lampante delle parole di Omar è quello di Zacaria, suo figlio, studente del Rosselli, inconfondibile accento genovese che però quando si presente non esita a dire”Sono Zacaria Taiebi, sono nato a Genova, da genitori marocchini”. Zacaria vive al Cep da quando ha sei anni, e quando gli chiedi di parlare del Cep ti stupisce: “Se vieni lì sopra – dice – ti trovi aria buona, le colline alle spalle, un’aria che nel centro te la scordi”. Con una maturità che non ti aspetti da un ragazzo che farà l’anno prossimo la quarta superiore, nel momento cui si fa riferimento al suo essere figlio di immigrati, non parla di difficoltà ma di responsabilità “Io sono italiano ma figlio di genitori marocchini, ed è una responsabilità portare avanti due culture, portarle avanti assieme. Non bisogna perderle, nessuna delle due … io voglio imparare e continuare a parlare l’arabo. Certo è un peso, ma è anche un vantaggio”.