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Da Trenitalia a Tirrenia i dilemmi della Regione Liguria: privatizzare o non privatizzare?

Regione. Nell’arido linguaggio delle economia si parla di “incumbent” per riferirsi ad aziende – generalmente di grosse dimensioni – che per anni hanno potuto godere nei loro settori di posizioni di vantaggio, se non di vero e proprio monopolio. Si pensi al ruolo di quella che ora si chiama Telecom Italia come a Enel, che per decenni, con altre denominazioni, sono state rispettivamente le uniche fornitrici del paese dei servizi telefonici e di energia. I mercati si ampliano, le dinamiche economiche diventano più complesse e quello che è accaduto a molte di queste aziende pubbliche è stato prima un graduale processo di privatizzazione (da pubbliche diventano private) assieme a un percorso di liberalizzazione: in quegli stessi mercati i servizi vengono offerti anche da altre aziende.

La Liguria in questo ultimo periodo dimostra che non solo il processo di privatizzazione è ancora lontano da compiersi (le proteste relative a Tirrenia sono sotto gli occhi di tutti), ma anche quello di liberalizzazione, di apertura dei mercati, è ben lungi dal completarsi.

Cominciamo dal caso ferrovie: come noto Trenitalia ha minacciato di togliere la cosiddetta carta tutto treno – quella che permette ai pendolari liguri di comprare un abbonamento semestrale o annuale per muoversi con gli intercity – proprio perchè la Regione ha dato il via libera ad Arenaways. La Regione Piemonte ha già tolto il permesso a questa aziende di fare le fermate intermedie nella tratta Torino-Milano. Burlando ha ampiamente rassicurato che la carta treno non si toglierà, Vesco gli ha fatto eco, ma è chiaro che Trenitalia possa ancora far valere la sua posizione di vantaggio sull’erogazione dei servizi (non ci si giri attorno, ha il coltello dalla parte del manico).

Stesso discorso si può fare per quello che riguarda la competizione via mare (il riferimento è alla Saremar nei confronti di Tirrenia).

In questo caso Burlando sostiene che:”Le condizioni sono diverse, noi dobbiamo aprire i mercati. Se una linea è fatta solo nei mesi estivi e prende il buono, e una è fatta tutto l’anno e prende i mesi meno buoni, la situazione va valutata con cura. E’ chiaro che la volontà è quella di offrire più servizi a prezzi competitivi in tutti i campi, garantendo gli stessi blocchi di partenza per le imprese, dando anche forme di garanzie alle imprese”.

Ferrovie, trasporto per mare e poi ci sarebbe anche quello per gomma, ma non vogliamo qui aprire la questione AMT.

Insomma, il discorso è sempre lo stesso liberalizzazione sì, garantire i servizi a diversi prezzi anche, senza però indebolire chi fa il lavoro sporco (chi garantisce il servizio anche quando non è così proficuo). Un dilemma che nei diversi ambiti si ripete e ripropone.

Con i referendum della settimana scorsa l’elettorato italiano sembra aver deciso di preferire ancora il servizio pubblico alla privatizzazione di alcuni servizi. Durante questa settimana, quelli che sarebbero dovuti essere durante la campagna elettorale i comitati del “No” e che invece sono stati i comitati dell'”andate al mare” hanno continuato a elencare esempi in cui il pubblico lavora male (la famigerata acqua di Latina su cui è inciampato Angelo Bonelli dei Verdi).

Certo questo elenco di misfatti nell’erogazione dei servizi pubblici essenziali, potrebbe annoverare molteplici esempi, da una parte e dall’altra, lasciando intatto il dilemma: privatizzazione e liberalizzazione sì o no … forse.