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Aggressioni a Genova, il sociologo Cannarella: “Problema generazionale, slegato dalla nazionalità”

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Genova. “Il problema è generazionale, e va ben oltre la nazionalità pura e semplice”. Secondo il sociologo Massimo Cannarella, ricercatore presso il dipartimento di Scienza Antropologiche dell’Università di Genova, tra i diversi episodi di cronaca accaduti recentemente a Genova e che hanno avuto come protagonisti gruppi o singoli ragazzi di origine sudamericana, non andrebbero ricercati legami o concause particolari.

“Non si può ricondurre tutto al fenomeno delle cosiddette bande – spiega Cannarella – può trattarsi di forme di aggregazione estemporanea, o spesso, di un vero e proprio disagio”. L’ipotesi, più giornalistica che reale, di possibili riti d’iniziazione è tramontata piuttosto in fretta, smentita anche dagli stessi aggressori. “In base all’esperienza di noi ricercatori – conferma il sociologo – a Genova, in Italia, e in Europa in generale, non è mai stata riscontrata l’esistenza di riti di iniziazione all’interno dei gruppi”.

“E’ una questione riconducibile più generalmente alla violenza cittadina, che può coinvolgere giovani sudamericani come coetanei genovesi. Senza contare che gli stessi ragazzi ormai hanno solo le origini latinoamericane, ma in realtà si sentono a tutti gli effetti italiani”.

Da una ricerca effettuata in carcere nel biennio 2009-2010 dall’equipe del dottor Cantarella, è emerso che la maggior parte dei detenuti 25enni sono italiani, poi nordafricani e infine sudamericani. Tutti, o quasi, provenienti dai quartieri popolari e periferici della città.

“Spesso queste persone si trovano in carcere per scontare una pena per piccoli reati legati alla droga oppure in certi casi anche per il reato di clandestinità. Sarebbe dunque più opportuno – conclude il ricercatore – occuparsi della situazione di disagio vissuta in determinate fasce di popolazione a cui, ad esempio, continuano a mancare servizi sociali e sostegno, oppure destinare maggiori risorse per le politiche giovanili nelle zone a maggior rischio disagio”.