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Cronaca

Genova, chi ha paura del C.E.P.? (foto inchiesta)

Genova. A Genova è difficile capire la parola “periferia”. Genova è schiacciata sul mare da un sottile lembo di terra. La periferia appartiene a città costruite su cerchi concentrici: in mezzo c’è il centro e ai margini la periferia. Genova, invece, in mezzo ha il centro, ai margini ha delle frazioni. Si vada da una parte a Nervi e dall’altra a Voltri: come si fanno a chiamare periferia?

Eppure anche a Genova esiste, eccome, una periferia. Uscendo dall’austostrada di Voltri-Prà e cominciando a salire da una parte o dall’altra, e continuando a farlo per un po’, ci si trova immersi in un quartiere enorme, fatto di strade, curve e palazzoni. Se non ci fosse là davanti il mare a ricordarti la Liguria, sembrerebbe di essere in una periferia sovietica di una qualche città dell’est Europa. Invece sei a Genova, e più precisamente al C.E.P., o al Ca’ Nova, come è stato chiamato successivamente.

Il quartiere è stato costruito attorno agli anni Sessanta, perché la crescita demografica dovuta all’urbanizzazione necessitava nuove abitazioni. Nei suoi primi decenni è stato abitato soprattutto da meridionali, che qui hanno trovato una casa e all’Ilva o all’Ansaldo un lavoro. E quando non trovavano lavoro nei grandi comparti produttivi genovesi lo trovavano arrampicandosi su ponteggi troppo spesso insicuri. Nell’ultimo decennio, invece, è stato popolato da immigrati nord africani, e non solo. A pensarci bene, in maniera fredda e distaccata, un potenziale mix esplosivo.

Il C.E.P. si diceva, Centro Edilizia Popolare. Centro Elementi Pericolosi, per anni persone poco degne si sono divertite ad apostrofare il quartiere così. Un quartiere che effettivamente ha conosciuto e conosce disagio. Un quartiere in cui per anni, se qualche ragazzino delle scuole medie diceva “Ieri ho fumato”, molto probabilmente intendeva hashish (o “scitto”, come lo chiamano da quelle parti) e non nicotina. Eppure. Eppure si pensi alle banlieue parigine, si pensi a via Padova a Milano, o – per quanto in condizioni diverse anche per via della criminalità organizzata – si ricordino le violenze del casertano. Invece, in questo famigerato C.E.P., si sfida chiunque a ritrovare nei fatti di cronaca cittadina episodi di criminalità gravi. Un fatto che è balzato agli onori della cronaca recentemente c’è stato: la chiusura dell’ultimo e unico supermercato della zona.

Com’è possibile che una quartiere alla periferia di Genova, con forte immigrazione, con pochissimi servizi e poche strutture, non manifesti evidenti segni di disagio se non rivolta?

Non è facile rispondere a una domanda simile, e i fattori sono molti, complessi, sofisticati. Tra questi fattori, senza dubbio, c’è il ruolo che negli ultimi anni ha ricoperto il Consorzio Sportivo Pianacci, che da anni opera il territorio come punto di riferimento, come luogo di ritrovo.

La città di Genova conosce e ricorda il quartiere perché – quanto stupore – grazie al lavoro della Pianacci e del suo presidente Carlo Besana (lavoro volontario, ovviamente) qui al C.E.P. sono arrivati Marco Travaglio e i Subsonica, la Bandabardò e Beppe Grillo, Gino Paoli e l’Orchestra del Carlo Felice, spettacoli gratuiti, ovviamente, offerti al quartiere e alla città.

Ma quello che molti non sanno, è che il Consorzio Pianacci è promotore di iniziative finalizzate al miglioramento della vita quotidiana delle persone e degli abitanti del C.E.P. Dai centri estivi – gratuiti ovviamente – per i bambini, al campo di calcio in erba sintetica messo sempre a loro disposizione, fino alla geniale – permettetecelo – manifestazione del C.e.P. Cous Cous e Pesto, dove quel mix che noi media non esiteremmo appunto a definire esplosivo, passa delle sere estive assieme, unito dalle tradizioni alimentari. Come ormai noto, il presidente del Consorzio Carlo Besana è stato denunciato alla procura legale da 30 firmatari per disturbo della quiete pubblica. Ed è buffo pensare che feste, musica, condivisione, costruzione di una identità comune, venga tradotto dalla freddezza del linguaggio giuridico come “disturbo della quiete pubblica”. In molti questi giorni stanno mostrando la loro solidarietà a Carlo Besana, dal presidente della Provincia Repetto, al sindaco Marta Vincenzi fino ai molti abitanti del quartiere.

Carlo Besana, come nel suo stile, combattivo, pacato e intelligente, ha già cominciato a difendersi. Lo fa nel “virtuale” giardino di casa sua. Il suo profilo di facebook è già pieno di post e messaggi di amici, ma soprattutto suoi, in cui in maniera trasparente dà conto di tutto quello che negli anni è stato fatto, citando con precisione fatti e circostanze, articoli di giornali e dichiarazioni. Dichiarazioni di molte persone che fino al 2009 manifestavano apertamente fiducia e vicinanza e adesso – dopo questa denuncia dei 30 ignoti – sembrano mettersi in disparte.

Chi scrive, a titolo personale, ha già deciso da che parte stare.

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