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Rasero a processo: “Non sapevo cosa fare, ero come un marinaio in balia delle onde”

Genova. “Mi accorsi che il bimbo era morto, la mattina del 16. Era freddo e rigido. Ma non chiamai i carabinieri per paura di uno sputtanamento generale. Avevo consumato droga, avevo una madre in casa che dormiva e un bimbo morto sul divano. Non me la sono sentita di avvisare i carabinieri, ho pensato ai miei figli, al lavoro, alla mia reputazione. Non sapevo cosa fare, ero come un marinaio in balia delle onde”.

Sembrava un libro aperto Giovanni Antonio Rasero, l’ex broker marittimo accusato dell’omicidio del piccolo Alessandro Mathas, durante l’interrogatorio pressante del sostituto procuratore Marco Airoldi, che lo ha incalzato per oltre tre ore e mezza. E a cambiare dalla deposizione fatta oggi è anche la sua verità, quella che Rasero ha più volte definito “sincera” quasi a pregare di essere creduto, dopo tante versioni diverse. Durante l’interrogatorio di oggi l’imputato ha ripercorso più volte i diversi momenti incriminati. “Ho chiamato Haller Maroni la prima volta da casa mia, in bagno. Ma ancora non avevo visto il bambino. Poi, mi sono reso conto che il piccolo era morto e sono uscito”. L’ex broker era andato a far colazione. “Quando sono tornato verso casa, l’ho richiamato. Fu una telefonata più lunga perché dieci minuti prima mi ero reso conto delle condizioni del bambino. Gli ho detto: ‘Haller, questa ha fatto un casino con suo figlio. E’ freddo e rigido. Devono sparire da casa mia. Lui mi rispose: ‘E’ un casino troppo grosso per me. Non ti posso aiutare. In quella telefonata gli ho spiegato in termini tecnici che il bambino era morto”.

E poi il momento cruciale del tragitto tra la casa di Nervi e l’ospedale Gaslini: “Durante il tragitto – ha proseguito Rasero – eravamo entrambi consapevoli di avere un bimbo morto. Io continuavo a chiedere alla Mathas di dirmi cosa fosse successo. Ma lei fu vaga. Mi continuava a ripetere: ‘Mi assumo io le responsabilita’. Tu dì che non sai nulla, digli al massimo che io sono uscita e ho lasciato la porta aperta. Inventati qualcosa. Quando arrivammo in ospedale, lei mi disse di tornare a casa, per prendere il suo cellulare e togliere le tracce di hashish. In casa presi anche un beauty case e il ciuccio”. A questo punto Rasero è apparso in difficoltà, non ha risposto alla domanda del presidente della corte, Massimo Cusatti, “Scusi, e lei va a prendere un ciuccio per un bambino di cui sa già che è morto?”. Il giudice ha proseguito incalzandolo soprattutto sul momento in cui l’imputato rimase solo con il bimbo. “Lei – riferendosi alla ex compagna Mathas – è uscita. Non so per quanto tempo. Mi disse che doveva comprare le sigarette. Ma sapevo che doveva comprare la cocaina per Indovino. Pensavo che ne avrei usufruito anche io. Quando tornò io le aprii e mi disse che non ne aveva trovata, se potevo aiutarla. Ma ne aveva ancora un po’, così ci siamo messi sul tavolo e l’abbiamo pippata insieme”.

Ed è proprio alla fine della deposizione che la verità di Rasero cambia con una sconcertante dichiarazione: alla domanda del pubblico ministero “Ha mai visto la Mathas colpire il bambino?”, l’ex broker ha risposto: “No, non l’ho vista, ho sempre parlato di mie percezioni e deduzioni per come ho visto il bambino al mattino successivo”. Un cambiamento notevole, visto che Rasero, seppure con piccole diversità tra le dichiarazioni rilasciate durante i tre interrogatori precedenti, aveva dichiarato di aver visto la Mathas colpire il figlio almeno una volta. “Ribadisco che si trattava solo di mie percezioni, derivanti da indicazioni del mio ex avvocato e da precisazioni apprese durante i sopralluoghi effettuati nell’appartamento di Nervi”. Alla fine delle oltre 3 ore, l’udienza sarebbe dovuta continuare con il controinterrogatorio, ma Romano Raimondo, l’avvocato difensore, ha chiesto di poterla rimandare vista l’evidente stanchezza dell’imputato. E proprio dal controinterrogatorio, quindi, ripartirà il processo lunedì prossimo.