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Genova che guarisce: a due mesi dal crollo del Morandi meno di 20 casi in cura per disturbi psicologici gravi

Sono 200 le persone seguite dal 14 agosto. L’impegno di 80 professionisti ha arginato i casi di disturbi da stress post trauma ed è stata utile anche “la condivisione della tragedia”

Genova. “Non siamo di fronte a un’epidemia di panico o a una situazione insanabile, la popolazione genovese, anche quella più direttamente colpita dal crollo di ponte Morandi, ha saputo reagire in maniera pragmatica, operativa, e oggi sono meno di 20 i casi di psicopatologie gravi tuttora in carico”. Lo afferma Marco Vaggi, direttore della struttura complessa di Salute mentale della Asl 3. “Si tratta di una minoranza rispetto ai casi seguiti e aiutati dal 14 agosto, oltre 200, tra parenti delle vittime, feriti, sfollati, testimoni, adulti e bambini, per non parlare di tutte le persone che potenzialmente avrebbero avuto bisogno di una consulenza psicologica”.

Sul campo, tra ospedali, presidi territoriali, aree di ricerca e spazi allestiti per gli sfollati, sono stati impegnati 80 professionisti tra dipendenti delle strutture pubbliche, Croce Rossa, Cavalieri della Croce di Malta e altre realtà come l’associazione Emdr, specializzata nel trattamento di disturbi post traumatici da stress.

“Questo dimostra che la psicologia d’emergenza, insieme a una buona rete sociale è fondamentale nella gestione di situazioni così complesse”, spiega Mara Donatella Fiaschi, vice presidente dell’Ordine degli psicologi della Liguria che domani, sabato 13 ottobre, in occasione della “giornata nazionale della psicologia” organizza un pomeriggio di incontri, musica e spettacolo all’auditorium del Museo di Sant’Agostino.

L’appuntamento di sabato, aperto non solo agli addetti ai lavori, tra concerti Swing, funamboli e recital teatrali, “è incentrato sul concetto di resilienza”, aggiunge Fiaschi. Qui il programma.

La gestione del rischio di sviluppo di disturbi psicologici dopo i crollo di ponte Morandi si è sviluppata in tre fasi. Un primo step è stato quello dell’intervento immediato. “Abbiamo potenziato i servizi di emergenza, i pronto soccorso, sia per i feriti sia per i parenti delle vittime e quindi tutto quello che è stato da pochi minuti dopo le 11e36 del 14 agosto fino al riconoscimento delle salme e ai funerali”, racconta il dottor Vaggi. “Poi c’è stata la gestione di chi ha avuto traumi legati al crollo, e ha visto l’impegno sul campo di molti professionisti, compresa una squadra di Emdr, una branca della psicologia specializzata nella cura di disturbi legati a stress come guerre, terremoti, attentati”. Infine, continua il direttore della Salute mentale della Asl 3, “Abbiamo attivato dei presidi stabili sul territorio per seguire chi ha ancora bisogno di sedute e terapie per crisi d’ansia e problemi depressivi, così negli ospedali, al Villa Scassi e alla Fiumara e all’ambulatorio di via Canepari, dove c’è uno spazio dedicato ai minori”.

Per capire se davvero si potranno escludere ripercussioni “collettive” sullo stato psicologico della popolazione, bisognerà attendere ancora un po’. “Circa sei mesi”, ipotizza Vaggi, “ma per ora possiamo dire che l’impegno profuso ha permesso di arginare e bloccare sul nascere molte problematiche, solo un 5% circa dei casi è preoccupante e di difficile soluzione”. Insomma, chi parla di una città sull’orlo di una crisi di nervi, sbaglia. “Per fortuna – racconta – nei casi anche più gravi, anche in base a quanto si trova in letteratura scientifica, in tre mesi di tempo si risolve la stragrande maggioranza situazioni”.

Commemorazione crollo Ponte Morandi via Fillak

Secondo l’esperto di psichiatria, è da sottolineare come sia stata utile, nell’elaborazione del lutto, la condivisione del dramma. “Rispetto ad altre situazioni come terremoti o alluvioni – osserva – c’è stata una maggiore identificazione con chi è stato colpito direttamente dal crollo, perché tutti noi avremmo potuto essere su quel ponte, questo ha consentito una partecipazione più intensa che sta aiutando anche chi è stato effettivamente coinvolto, o perché ha perso la casa, o una persona cara”.