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Ponte Morandi, secondo la commissione del Mit il crollo non avvenne per la rottura degli stralli

Secondo gli esperti "interventi di sicurezza avrebbero dovuto essere improcrastinabili". Intanto rischia di slittare ancora il decreto su Genova.

Genova. Colpo di scena sulle vicende legate al crollo di ponte Morandi: la commissione ispettiva del ministero dei Trasporti, nominata dal Mit e poi rinnovata dopo le dimissioni di Antonio Brencich e Roberto Ferrazza (oggi tra gli indagati dalla procura di Genova) ha stabilito che – in base ai suoi rilievi – “si ritiene più verosimile che la causa prima” del crollo “non debba ricercarsi tanto nella rottura di uno o più stralli, quanto in quella di uno dei restanti elementi strutturali“. Finora, da parte dei periti della procura, in base ad alcune prime valutazioni legate alla visione di filmati e a quanto riportato dal capo dei pm Cozzi, pareva che “gli osservati speciali” fossero proprio gli stralli ossia, peraltro, le componenti del viadotto per cui erano stati portati avanti (pila 11) e previsti lavori di rafforzamento (9 e 10).

Il riferimento, nella relazione tecnica, pubblicata sul sito del Ministero (come annunciato da Toninelli via tweet) parla di detrimenti dei travi di bordo degli “impalcati tampone” o “impalcati a cassone” la cui sopravvivenza era condizionata dall’avanzato stato di corrosione presente negli elementi strutturali”.

Si legge ancora nella relazione della commissione ispettiva del Mit: Nel progetto esecutivo di intervento di Autostrade sulla manutenzione del ponte Morandi sono contenuti valori di degrado “del tutto inaccettabili, cui doveva seguire, ai sensi delle norme tecniche vigenti, un provvedimento di messa in sicurezza improcrastinabile“. “Dalle informazioni a disposizione di questa Commissione non fu invece assunto alcun provvedimento con tali caratteristiche”, si aggiunge. Non solo: i tecnici evidenziano che “non è documentata alcuna cura per evitare che, durante la posa in opera degli elementi di sostegno dei carroponti, elementi vincolati alle travi di bordo, non venissero tranciate, in toto o in parte, le armature “lente e precompresse” degli elementi strutturali originari”.

Inoltre, conclude la Commissione, “tale informazione di evidente enorme importanza non era secondo quanto riferito dal personale dirigenziale Aspi udito a loro conoscenza, sebbene interessati a vario titolo alla gestione del tronco, alle valutazioni di sicurezza, alle manutenzioni ed elaborazione ed approvazione dei relativi progetti”.

Di più, “Autostrade per l’Italia, pur a conoscenza di un accentuato degrado del Viadotto” Polcevera “ed in particolare delle parti orizzontali di esso che appalesavano deficit strutturali, non ha ritenuto di provvedere, come avrebbe dovuto, al loro immediato ripristino e per di più non ha adottato alcuna misura precauzionale a tutela della utenza, inattuando in sostanza il principio di coerenza nella messa in sicurezza”.

Ma la responsabilità contingente più rilevante, consiste nel fatto che, “nonostante tutte le criticità del viadotto Polcevera, la società concessionaria Aspi non si sia avvalsa, nel caso concreto, dei poteri limitativi e/o interdittivi regolatori del traffico sul viadotto e non abbia eseguito conseguentemente tutti gli interventi necessari per evitare il crollo verificatosi”, scrive la commissione che evidenzia inoltre una “irresponsabile minimizzazione dei necessari interventi da parte delle strutture tecniche di Aspi, perfino anche di manutenzione ordinaria, che non hanno trovato immediata risoluzione neanche in una logica di massima conservazione del bene con il minor costo, come ad esempio la pulizia della rete di scarico dei pluviali segnalata con frequenza nelle schede di ispezione trimestrale”.

Sull’intero viadotto Polcevera, lungo oltre 1 chilometro, dal 1982 ad oggi sono stati fatti lavori strutturali per un importo totale di 24.610.500 euro. In particolare, “il 98% dell’importo e’ stato speso prima del 1999 (anno della privatizzazione di Autostrade), mentre dopo il 1999 è stato speso solo il 2% di questo importo”.

Dopo la pubblicazione della relazione Autostrade per l’Italia ha replicato punto punto alle accuse: questa la difesa di Aspi.