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Spese pazze, sequestrati i conti a 16 ex consiglieri regionali

Solo Plinio, Saldo e in parte Rosso restituiscono preventivamente i soldi alla Regione. 50 mila euro contestati alla verde Morelli, 55 mila a Saso

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Genova La guardia di finanza di Genova ha eseguito nella giornata di oggi i sequestri nell’inchiesta sulle “spese pazze” in Regione Liguria, che vede coinvolti 19 tra consiglieri ed ex consiglieri della legislatura tra il 2005-2010.

Il provvedimento di “sequestro per equivalente” è partito dal pubblico ministero Massimo Terrile in vista dell’udienza preliminare davanti al gup Massimo Cusatti il prossimo 20 marzo stabilirà se rinviare a giudizio i 19indagati: si tratta di Michele Boffa, Ezio Chiesa, Luigi Cola, Giacomo Conti, Gino Garibaldi, Nino Miceli, Cristina Morelli, Luigi Morgillo, Minella Mosca, Vincenzo Nesci, Pietro Oliva, Franco Orsi, Gianni Plinio, Matteo Rosso, Gabriele Saldo, Alessio Saso, Carlo Vasconi, Vito Vattuone e Moreno Veschi.

Il periodo sotto il mirino degli inquirenti è quello che va dal 2009 al 2010 quando secondo l’accusa gli indagati avrebbero utilizzato soldi pubblici per sostenere spese private, dai viaggi alle cene al cinema passando per acquisti come libri e dvd. Le somme contestate vanno da qualche migliaia di euro ai 49 mila euro di Cristina Morelli dei Verdi e ai 55 mila di Alessio Saso. A Vito Vattuone, unico candidato alle attuali elezioni, vengono contestati poco più di 7 mila euro di rimborsi non dovuti.

Dei 19 consiglieri indagati Gianni Plinio, ex vicepresidente del consiglio regionale che oggi ha aderito a Casapound e difeso dall’avvocato Michele Ispodamia ha preliminarmente restituito alla Regione l’intera somma (erano in realtà meno di 3 mila euro). Stessa scelte per Gabriele Saldo, difeso dall’avvocato Mario David Mascia, che ha restituito 22 mila nero. Matteo Rosso, attuale capogruppo in Regione di Fratelli D’Italia e difeso dall’avvocato Alessandro Vaccaro ne ha restituito una piccola parte.

Il consigliere ex Verdi Carlo Vasconi ha invece messo a disposizione degli investigatori un conto corrente contenente l’esatta cifra che gli sarebbe imputata come illegittima (poco più di 17 mila euro) chiedendo di sequestrare di fatto direttamente quel conto.