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Omicidio Molassana, Vincenzo Morso al pm: “Se fossimo stati noi lo avremmo ammesso”

Davanti agli ascensori Moro senior sbotta con il pm: "Noi Morso abbiamo le palle" . Il pm, riformulando le accuse, lo ha imputato per concorso in omicidio con il figlio

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Genova. “Noi Morso abbiamo le palle, siamo persone che si assumono le loro responsabilità. Se avessimo fatto qualcosa lo avremmo ammesso ma non abbiamo fatto nulla”. A parlare è Vincenzo Morso, imputato insieme al figlio Guido e ad altre due persone per la morte del 27enne Davide Di Maria.

Morso, appena terminata l’udienza, mentre gli avvocati stanno ancora parlottando in aula, si avvicina al sostituto procuratore Alberto Landolfi che sta per prendere l’ascensore per risalire al nono piano e gli urla addosso la sua innocenza. Il tutto avviene nei giorno in cui il pm con un colpo di scena rivede tutto l’impianto accusatorio imputanti non solo al 34enne Guido Morso l’omicidio di Di Maria ma anche in corcoro al padre Vincenzo che fino ad oggi era imputato solo di “morte come conseguenza di altro reato”, vale a dire della rissa che nel pomeriggio del 17 settembre 2016 si scatenò nel piccolo appartamento di Molassana.

Secondo l’ipotesi accusatoria il fatto che Guido Morso e il padre Vincenzo siano andati all’appuntamento con N’Diaye armati rispettivamente di un coltello a molletta (l’arma però non è mai stata trovata) e di una pistola, configura l’ipotesi dell’omicidio in concorso.

A tutti gli imputati è stato poi contestato il reato di spaccio di sostanze stupefacenti perché come emerso dall’istruttoria dibattimentale al centro della querelle che porterà poi alla morte del giovane pusher c’era una partita di hashish da un chilo e mezzo e dal valore di 5 mila euro: in pratica N’diaye, Beron e Di Maria volevano prendersi secondo l’accusa parte della piazza dei Morso convincendo con le buone ma soprattutto con le cattive clienti e micro spacciatori a passare dalla loro parte e a comprare/vendere per loro.

A questo proposito nell’udienza di questa mattina sono stati ascoltati due testi. Il primo è Roberto Zoppei, un giovane di Molassana che il 18 agosto dopo aver incontrato Marco N’Diaye all’interno del centro commerciale il Mirto di Marassi viene portato in macchina in un garage di Albaro e lì viene minacciato con una pistola cromata: “Marco mi ha messo la pistola in bocca, mi ha detto ti sei schierato e poi mi ha dato un sacchetto nero che conteneva del fumo, circa un chilo e mezzo e mi hanno detto ‘Adesso di prendi questo’”.

Il giovane è entrato più volte in contraddizione circa i suoi rapporti con Guido Morso soprattutto, tanto che il pm ha chiesto di acquisire gli atti per falsa testimonianza oltre che per l’aggressione di cui è stato vittima. A proposito del sacchetto con il fumo ha spiegato che lui non l’avrebbe mai venduto ma lo ha lasciato in un bar di corso Sardegna dove circa due settimane dopo i fatti – su sua insistente richiesta – viene ritirato da un emissario di N’Diaye. Dopo l’aggressione Zoppei racconta di aver parlato con Guido Morso che agli avrebbe detto che N’Diaye e gli altri avevano aggredito Zoppei per arrivare a lui.

Altra testimonianza quella di Fabrizio Molinari, uno dei due giovani di Marassi che il 16 settembre 2016, cioè il giorno prima dell’omicidio viene picchiato furiosamente da Ndiaye insieme a Beron e Di Maria. Molinari viene attirato in una sorta di trappola: dopo aver rifiutato un appuntamento con Beron (“Non mi piaceva come era diventato, prima eravamo amici”) viene chiamato dal ragazzo con cui divide un box a Marassi. Va all’appuntamento, trova l’amico “con la faccia che era una maschera di sangue” e viene a sua volta picchiato da Marco D’Diaye: “Mi hanno chiesto 5 mila euro, ne avevo 2-300 e gliel’ho dati. Poi ho dovuto dargli il bancomat. Sono rimasto scioccato perché Beron ha anche fatto riferimento a mia madre”). In quel frangente Marco N’diaye parlava con accento napoletano racconta il teste: “Te lo avevo detto che dovevi venire da noi, Genova ce la prendiamo noi”. Per la violenta aggressione N’Dyaie si trova tutt’ora in carcere, dopo aver patteggiato la pena.