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Televendite e gioielli, i D’Anna accusati di truffa, frode e riciclaggio

Chiesto il rinvio a giudizio per Giuseppe e Ruben D'Anna, i 're delle televendite' di gioielli finiti in carcere un anno fa.

Genova. Il pubblico ministero Emilio Gatti ha chiesto il rinvio a giudizio per Giuseppe e Ruben D’Anna, i ‘re delle televendite’ di gioielli finiti in carcere un anno fa. Con i due il pm ha chiesto un analogo provvedimento per altre 14 persone. L’inchiesta dei carabinieri aveva scoperto che la famiglia D’Anna comprava monili scadenti in Asia e li rivendeva in tv spacciandoli per ottimi affari.

Le accuse, a vario titolo, sono di associazione per delinquere finalizzata alla commissione dei reati di truffa contrattuale, frode in commercio aggravata, ricettazione, riciclaggio e reimpiego di denaro e beni di provenienza illecita e trasferimento fraudolento di valori. I militari avevano sequestrato 8 società, 7 gioiellerie e compro oro, 34 conti correnti, 16 immobili, 11 tra auto e moto, per un valore complessivo di 10 milioni di euro.

Nei guai era finito anche un notaio savonese, Armando Salati, che era stato sospeso dall’attività per sei mesi: per lui l’accusa era di concorso esterno nell’associazione. Secondo gli inquirenti, l’attività andava avanti da 35 anni, da quando negli anni 80 Giuseppe D’Anna cominciò a affacciarsi nel mondo delle televendite di preziosi, creando lentamente un grande giro d’affari.

I militari erano arrivati a mettere insieme fino a cento denunce da tutta Italia. Con i soldi che guadagnavano con le televendite, secondo gli investigatori, aprivano anche compro oro dove potevano ricevere gioielli che poi avrebbero rivenduto in tv. I periti avevano stimato che il vero valore dei monili era il 30% in meno di quello con cui venivano venduti.